INTERVISTA A EMANUELA LIVERANI

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Per certi versi con la visione di “La Ronde” di Max Ophüls.

Avevo 14 anni e qualche giorno dopo svenni trovandomi sulla giostra del film; non sono più scesa.

Ma se vogliamo parlare in modo pratico inizia – dopo la laurea in Storia e Critica del Cinema a La Sapienza di Roma – come segretaria di edizione per Franco Bertini, un ruolo di grande responsabilità ma privilegiato per capire come si fa cinema.

A Franco devo molto, in particolare come si lavora con gli attori e quanto sia importante il loro ruolo come coautori di un film.

Poi fondamentale è stato il lavoro con Federico Greco, con cui ho dovuto ripensare la professione, stravolgere le regole per poterne fondare altre.

In seguito il lavoro come edizione non mi bastava più perché in effetti lo avevo sempre vissuto come un passaggio (e ringrazio il regista Ivano Fachin per avermi dato la possibilità di fare aiuto regia), avevo da tempo desiderio di mettere in atto la mia creatività, di dare corpo alle mie storie.

Nel frattempo, grazie all’esperienza come aiuto regia in teatro per Georgia Lepore, ho realizzato un progetto teatrale, Safari Live – Work in Progress, scritto e diretto da me (andato in scena a Roma e a Verona con due bravissimi attori, Gabriele Sabatini ed Emilia Scarpati Fanetti) a cui tengo moltissimo e che spero di riprendere presto.

Così è iniziato, mettendo in relazione l’esperienza con le idee, ma ci sono voluti anni per uscire fuori dalla zona delle riflessioni.

Non prendo mai iniziative senza sentire di essere pronta.

Ora lo sono.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

La persona è senza dubbio mia nonna paterna, grande narratrice e già anziana quando ero bambina.

Aveva un modo di raccontare la sua vita talmente coinvolgente che le fiabe per me erano quelle.

Molti hanno contato nella mia formazione, ce ne sono alcuni più presenti di altri come Lynch, Fellini, Scorsese, Kaurismäki, Loach, Wilder, Malick o scrittori, tantissimi, su cui si erge da anni il gigante DeLillo, Pasolini, le avanguardie del primo Novecento, poi direi tanti musicisti anche perché quando scrivo ascolto molta più musica del solito in particolare John Coltrane.

Per tornare al cinema il primo fu Chaplin, ma questo per molti, poi Sergio Leone, su tutti e tutto. In questi anni mi sono resa conto che ha contato molto l’influenza di Michelangelo Antonioni, che ho avuto occasione di conoscere, anche se durante l’ultima parte della sua vita quando aveva difficoltà ad esprimersi verbalmente, ma lo scambio con un grande artista non ha bisogno di molte parole.

Realizzando Sopra Elevata mi sono resa conto che il suo sguardo dettava alcune mie scelte.

Ma è Leone il mio costante riferimento e, lo dico senza vergogna, colui con cui parlo spesso.

La sua nostalgia di un mondo sognato dentro il cinema, la pignoleria dei dettagli, la lingua delle immagini come unico riferimento per tradurre il testo della sceneggiatura, i dialoghi essenziali, la coniugazione perfetta dei suoni e della musica, la sua visione favolistica delle storie.

Sono sempre una ragazzina che vuole

essere trasportata in un altrove, che non vuol dire rifiutare la realtà ma leggerla con uno sguardo diverso dal quotidiano.

Cosa cerchi attraverso l’arte di fare film?

Billy Wilder diceva «Mi sono sempre limitato a fare film che mi sarebbe piaciuto vedere, e se ero fortunato questo coincideva con i gusti del pubblico».

Ma lui era grande.

Quindi non lo so sinceramente.

Più che cercare attraverso, mi cerco attraverso.

Quando scrivo e sviluppo un progetto sono felice, direi che ho voglia di condividere con un pubblico questa felicità, portare qualcuno di sconosciuto dentro una mia storia per farla diventare nostra.

Ho da poco finito la sceneggiatura di un lungometraggio e, nonostante sappia perfettamente quanto sia difficile indirizzare l’attenzione su un progetto, sono emozionata e pronta a qualsiasi reazione poiché in cinque anni di scrittura sento di aver fatto tutto il possibile.

Ho aperto la risposta con una citazione, ora ne faccio un’altra.

C’è una frase di Alfred Hitchcock che ho sempre ritenuto giusta applicata al cinema ma, in fin dei conti, a tutto. Hitchcock diceva «C’è qualcosa di più importante della logica: è l’immaginazione».

Niente è più innovativo dell’immaginazione, solo tramite essa si possono porre domande che non presuppongono una risposta definitiva ma ancora domande e domande.

L’immaginazione sovverte uno stato d’immobilità.

Mi piace.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Mi interessa il rapporto tra i personaggi e i luoghi in cui agiscono, tra il loro carattere e lo spazio.

Sembra scontato parlando di cinema, ma prediligo le immagini ai dialoghi; un ambiente racconta molto più di qualsiasi frase ed è più veritiero circa quello che accade nella psicologia dei personaggi, e la cosa diventa interessante quando il tema è, per esempio, la menzogna che è la mia attuale ricerca.

Un aspetto per me importante è il lavoro sui suoni, per questo da qualche tempo ho iniziato a sperimentare insieme alla mia amica fonica Emanuela Cotellessa.

Infine mi piacciono i generi noir e western e sulla loro struttura narrativa lavoro molto bene, anche perché sono generi in cui è assente il giudizio morale, che mi annoia terribilmente.

Qual è il tuo rapporto con il mondo del mercato?

Oh che domanda… nessuno almeno per il momento.

Ma se intendi quanto il mercato conti in quello che faccio, quanto influisce sulle mie idee, direi il minimo indispensabile.

Un film deve prima di ogni cosa coinvolgere il pubblico, però attenzione, non dargli quello che si presume possa chiedere ma spiazzarlo con quello che vorrebbe, deve emozionare e tramite l’emozione donare una storia che possa ricordare e continuare a vivere una volta uscito dalla sala.

Quando scrivo non limito la mia libertà ma la inserisco dentro alcune regole fondamentali, per esempio – e per questo devo molto alla mia esperienza come edizione – cerco di coniugare le esigenze produttive con quello che desidero raccontare e come.

Il sogno di ogni regista è trovare un produttore con cui lavorare su questi livelli, qualcuno con cui trovare il percorso giusto per realizzare al meglio un film senza snaturare l’idea e lo stile.

Se sai cosa vuoi non è necessario a volte utilizzare mezzi tecnici costosi, anzi spesso porsi un limite libera la creatività, ti costringe ad andare nel profondo di un’idea e ti rendi conto che esiste un modo più giusto per realizzarla; dopodiché quando è necessario non ci sono alternative.

Cosa consiglieresti ad un giovane regista che vorrebbe vivere di quest’arte?

Posso parlare partendo dalla mia esperienza in generale poiché la regia è solo all’inizio, per quanto abbia idee chiare.

Direi a un giovane regista di pensare prima di tutto perché vuole fare film, cosa lo spinge nel profondo.

La regia prevede una grande preparazione prima di tutto culturale, e non solo in riferimento al cinema, poi tecnica ovviamente, infine bisogna conoscere il lavoro dei reparti, come si gestisce un set, come comunicare e sostenere per essere sostenuti.

Alcuni non pensano a questo quando intendono fare regia, ma è fondamentale perché poi quando si arriva sul set il lavoro è quello.

Se vuoi il meglio devi lavorare moltissimo e circondarti di persone di cui ti fidi, che sanno lavorare insieme per un unico obiettivo, il film.

Vanno bene le scuole ma direi di provare a vivere un set, seguire un professionista, osservare tutto, ascoltare molto, avere rispetto per chi ha vera esperienza ed essere grati di qualsiasi consiglio possano offrire.

Cosa importante, non pensare di poter aggirare gli ostacoli ma di entrarci dentro fino in fondo e se dopo tutto questo si ha ancora desiderio di fare regia allora è fatta, a prescindere dal successo che può essere solo una conseguenza di un lavoro fatto bene, non un obiettivo.

Ma intendevi vivere nel senso di guadagnarci?

No perché a quello proprio non ci devi pensare, in pochissimi ci riescono.

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Francesco Cogoni.