INTERVISTA A ELVIRA ORSINI

Quando e come nasce la tua passione per la scrittura?

Nasce da molto lontano e sinceramente non so perché ho iniziato.

Credo però che una grande influenza l’abbia avuta il piacere per la lettura.

Non puoi pensare di scrivere se prima non leggi.

Leggere apre la mente, arricchisce ma soprattutto mette nella condizione di avere un minimo di dimestichezza con la lingua.

Puoi aver ispirazione e fantasia ma se confondi il condizionale con il congiuntivo la vedo dura.

Di conseguenza è naturale che possa venire il desiderio di scrivere qualche pensiero tuo.

A me è andata così.

Quali scrittori hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Sinceramente non saprei rispondere.

Amo la narrativa e quando un libro mi ispira lo leggo, così, senza un particolare motivo, oppure perché qualcuno me lo ha consigliato.

Non sono molto selettiva.

Posso solo dire che vado matta per Charles Bukowski, ho letto molti suoi romanzi, anche le poesie, ma non penso mi abbia influenzata.

Sarebbe da ridere.

Chi lo conosce mi capisce.

Cosa vuoi esprimere attraverso la scrittura?

Niente in particolare, almeno credo Voglio semplicemente ritagliarmi uno spazio tutto mio, che poi, paradossalmente, rischia di diventare di molti.

Non è facile da spiegare, ma è come crearsi un mondo parallelo, non sempre felice, dove vivere tante vite e deciderne le sorti.

È molto eccitante.

Nella realtà questo non è possibile.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

No, perché non faccio alcuna ricerca.

Se mi va di buttare giù qualcosa lo faccio perché in quel momento ne ho voglia.

La variante è il mio stato emotivo.

Scrivere è un piacere, sia nella tristezza che nell’allegria: è il risultato che cambia.

Qual è il tuo rapporto con le case editrici e che possibilità ci sono di emergere per un giovane scrittore?

Le grandi case editrici non prenderebbero in considerazione un esordiente nemmeno se avesse scritto I Promessi Sposi.

Proprio perché i manoscritti non vengono presi in considerazione.

Ci sono le eccezioni, ovvio, ma non è la regola.

È un sistema che davvero, purtroppo, spinge molti ad affidarsi ad editori a pagamento.

Per me è la cosa più sbagliata che si possa fare, per tanti motivi, uno su tutti: non sapremo mai se il nostro lavoro vale.

Molto meglio un piccolo editore che tra tante difficoltà porta alla luce il tuo scritto curandolo con amore.

Una casa editrice è pur sempre un’azienda ed è suo primario interesse investire in qualcosa in cui crede.

Cosa consiglieresti ad uno scrittore che vorrebbe vivere di quest’arte?

A meno che non sia già dell’ambiente, ad esempio un giornalista che può ampliare il suo campo d’azione, chi inizia a scrivere non può darsi simili traguardi.

Intendo dire che non è che una mattina ti svegli e decidi di fare lo scrittore.

Non è come dire “ora faccio il pasticcere”, che poi a dirla tutta pure questo mestiere è un’arte ed ogni tipo di lavoro non s’improvvisa.

No, è un pochino più complesso.

Un giorno ti ricordi di avere da qualche parte, dentro una custodia, una bella macchina da scrivere e scatta la scintilla: è iniziato il percorso e dove ci condurrà non è dato sapere.

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“Le stagioni si sarebbero succedute, indefesse, ma ci sarebbe sempre stato un angolo per lo straccio di Napoleone. Avevo acquisito un altro fedele e straordinario compagno di giochi, di vita, che per ultimo m’avrebbe lasciata, ormai stanco. Ed alla fine non m’avrebbe più attesa sotto al Cristo per corrermi di nuovo incontro, e ripartire con la lingua da un lato. Avremmo camminato fianco a fianco, come due amici che di tanto in tanto sostano per raccontare, guardandosi, ma che in realtà tirano il fiato. E puntualmente, lui avrebbe alzato il muso per fissarmi da dietro al velo che sempre scende sullo sguardo dei vecchi.” cit. Elvira Orsini da frammento di brano

Contatti:

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Francesco Cogoni.

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