INTERVISTA A DANILO “DAS” SIRIANNI

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Quando nasce il tuo percorso artistico?

Spesso, di fronte a questo tipo di domande, gli artisti fanno a gara a chi inizia prima.

Se ne sentono di tutti i colori: “io ho cominciato a quattro anni!”; “Io a due ho esposto al MOMA a New York!”; “Tze! Io invece, quando il ginecologo mi ha fatto nascere ha messo una tela sotto e ho fatto il mio primo astratto!” Insomma, ci siamo capiti.

Per quanto mi riguarda io ho iniziato a fare fumetti seriamente circa 3 anni fa.

Cioè a 26 anni.

Se poi la domanda si riferisce a quando ho cominciato a scrivere e a disegnare, beh, ho 29 anni, fatemi fare un breve calcolo… circa 30 anni fa!

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Tanti.

Tantissimi… Troppi.

Cercherò di fare un sunto essenziale.

Per quanto riguarda il fumetto, sicuramente un punto di riferimento solido è sempre stato Leo Ortolani, secondo me è il grande maestro italiano del tempo comico.

Poi, disegnatori come Corrado Roi, Raffaele Dalla Monica, Guido Masala, sceneggiatori come Sclavi, Chiaverotti mi hanno cullato per tutta la mia adolescenza; adolescenza in cui leggevo Linus, Comix, Totem, riviste che rubavo a mio fratello e che mi fecero scoprire grandi vignettisti come Bonvi, Totaro, Ziche, tra gli italiani, ma anche Peters, Adam, Davis, Shelton, Edika e molti altri.

Nella pittura mi piacciono molto i futuristi: Balla, Boccioni, Carrà, ma adoro anche l’arte biomeccanica di Giger, Robert Steven Connett, Kazuhiko Nakamura.

Questi ultimi diciamo che dipendono dalla mia passione smodata per la letteratura Cyberpunk di autori come Gibson, Sterling, Dick, Ballard, Vonnegut.

Di conseguenza, tutto il cinema di David Cronenberg, Shinya Tsukamoto, John Carpenter e Lynch, che ci sta sempre.

Vi risparmio la lista sugli artisti musicali e sui filosofi per questioni di spazio e di salute.

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Cosa cerchi in arte?

Posso provare a dire cosa non cerco.

Allora, non cerco stupidità mascherata da intellettualismo.

Non cerco manie iperrealiste e virtuosismi da “gara a chi ce l’ha più lungo”.

Non cerco una teleologia di fondo, il voler a tutti i costi ‘arrivare’, arrivare dove?

Non ci arrivo.

Non cerco la corsa ai like e alle visualizzazioni, quando gli artisti producono con questo obbiettivo, solitamente, fanno cagare.

Nel senso che non sanno quello che fanno, preferisco le persone che “fanno quello che sanno”.

Non cerco nemmeno “bellezza”, è una parola che non so cosa voglia dire.

Fosse per me la cancellerei dal vocabolario artistico.

La sostituirei con armonia, proporzione, ritmo, o metrica, in base all’uso e al contesto.

Non cerco un modo per sollevarmi l’autostima, ormai è troppo a terra.

Cerco le chiavi della macchina, le avete viste per caso?

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

L’arte che produco è frutto della mia ricerca filosofica.

Le idee generalmente mi vengono mentre studio.

Mi piace sperimentare soluzioni che prevedano un rimescolamento delle strutture convenzionali.

Per intenderci, le storie che penso non seguono una trama che prevede un eroe, un antieroe, una principessa da salvare e un drago da uccidere.

La morfologia della fiaba la lascio alla semiotica del testo.

Ad esempio, ZED (uno dei miei progetti fumettistici) prevede una trama che volutamente si svincola da queste strutture di cui parlo, dove non c’è né il bene né il male, dove la voce narrante è un personaggio che agisce ma non ha un corpo, dove l’incoerenza fattuale delle azioni dei personaggi lascia spazio a una sorta di, come definirla, emotività logica, ecco.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Lo stesso che aveva Nietzsche nel paragrafo 125 della Gaia Scienza.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Di studiare innanzi tutto.

Soprattutto, studiare cose che non c’entrano nulla con l’arte.

E impegnarsi tantissimo in quello che si sceglie di fare.

Porsi tante domande e impegnarsi ancora.

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Francesco Cogoni.