Intervista a Daniela Montanari

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Disegno da sempre.

Ho sempre dipinto per esigenza, non per un piacere che si esaurisse sul momento.
Mi hanno raccontato che da piccolissima giravo per il giardino in cerca di sassi piatti sui quali disegnare dei volti: da un lato gioiosi e dall’altro tristi, le ipotesi della vita!

Un esemplare lo conservo ancora.

Ricordo inoltre che, a circa 5 anni, vidi una riproduzione de La scapigliata di Leonardo Da Vinci e ne rimasi così profondamente colpita che ebbi la consapevolezza di quale fosse la mia strada.

E’ stato quindi naturale per me intraprendere studi artistici fino al diploma magistrale in Pittura e Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna e alla Specialistica in Comunicazione e Didattica dell’Arte.

Realmente l’arte è intimamente connessa con il mio percorso di vita.
Per iniziare un lavoro, parto sempre da una suggestione e praticamente tutto ciò che ho intorno può agire da “detonatore”: la natura con i suoi colori, la sua musica, i suoi profumi, i suoi contrasti, le sue forme, la sua potenza, le sue variazioni, uno spettacolo in continua evoluzione, dal dettaglio all’insieme; il cinema, che condivide con la pittura il linguaggio iconico; la letteratura, la musica con la sua potentissima forza evocativa, che tanto ha in comune con la pittura: non per nulla si parla di suoni chiari e suoni scuri in musica o di tonalità in pittura…

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Nel panorama cittadino, il mio iter artistico è apparso fin dagli albori un percorso a sé, che ha mantenuto negli anni una sua robusta coerenza interna, come sottolinearono subito i primi critici che si occuparono di me e che mi seguono tutt’ora, come il prof. Enzo Dall’Ara – che ha appena presentato la mia ultima personale In Limine -, Rosanna Ricci, Flavia Bugani, Roberto Cresti, Odette Gelosi ed altri professionisti del settore: non mi rifaccio ad una scuola e non appartengo ad un filone artistico predefinito.
Da sempre ho un mio universo interno popolatissimo, che si arricchisce e cede il posto a nuove suggestioni, è un “lavoro” continuo dove lo sguardo non è mai a riposo, ma si riposa così.

Frequento molto le esposizioni, anche quelle dei miei colleghi, ma non potrei dire di aver avuto dei maestri a cui ispirarmi dal punto di vista figurativo, anche se ho ammirato ed ammiro il lavoro di alcuni in particolare; sicuramente sono stata e sono stimolata dal punto di vista intellettuale e credo che questo scambio sia necessario.
La mia pittura deve molto al primo Romanticismo tedesco e inglese, pur non ispirandosi volontariamente ai pittori che ad essa appartenevano, anche se il grandissimo pittore Caspar David Friedrich, con il quale la consonanza è più evidente, mi ha fornito alcune suggestioni: quando l’ho conosciuto è scattato subito un riconoscimento e una sorta di viaggio insieme …
Sono poi debitrice verso i fiamminghi e i loro giochi pittorici misteriosi; verso la sapienza bizantina, ma anche all’arte dell’estremo oriente, che si serve di pause all’interno del tessuto pittorico che possono essere ricostruite dal fruitore: anch’io le utilizzavo da tanti anni senza sapere che già altri, centinaia di anni fa, avevano sentito una necessità molto simile, come se queste zone lasciate indefinite fossero pause musicali indispensabili per determinare un ritmo; il tutto senza ricerca artificiosa, ma come necessità.
Sul panorama nazionale ed internazionale abbiamo anche attualmente artisti talentuosissimi, miei coetanei o poco più giovani o più anziani: seguo quello che accade, mi nutro di tante suggestioni, ma il mio mondo pittorico richiede da me soprattutto una buona dose di silenzio e raccoglimento per poter germogliare.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Disegno e dipingo da sempre, come accennavo sopra, ma la mia poetica anche se si è arricchita non è cambiata nella sua sostanza più profonda: per me l’arte rappresenta la ricerca del Vero, quella ricerca che, in fondo, appartiene ad ogni essere umano.
Non ho mai pensato di riprodurre la realtà in maniera oggettiva, ma come la percepisco io: in un luogo che visito e che mi colpisce sono tesa a riproporne l’impatto da me avvertito più che le forme tali e quali.

La mia è sempre stata ed è una pittura evocativa, mai descrittiva, raramente narrativa: la natura che rappresento non è quella di un determinato luogo, ma la forza creatrice insita nella natura che io ho avvertito in quel particolare momento.

C’è una forte astrazione ed un lavoro di sintesi che avverto come necessari.
A tale scopo, posso servirmi della pittura ad olio, della grafite, del carboncino o dei pastelli, dell’inchiostro o di altre tecniche espressive: la scelta non è mai casuale ed è finalizzata a rendere un’atmosfera.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Sì, volentieri mi vorrei soffermare su una particolarità del mio lavoro.

Un’apparente dualità.
Da sempre dipingo e disegno luoghi e volti.

Una doppia, anzi unica, irrinunciabile attrazione.

Ogni volto per me è un luogo ed ogni luogo ha sue caratteristiche come un volto.

Per me, quindi, la ricerca è unica.

Nei “paesaggi” (ma preferisco chiamarli “luoghi”), che siano albe luminose, vette o tempeste, la mia tensione è sempre volta a rendere l’invisibile: ogni rappresentazione della realtà è un paesaggio simbolico dell’anima ed è per questo che non manca mai la luce che rischiara le tenebre.

Altri elementi per me ricorrenti sono l’acqua come energia vitale, purificazione, cambiamento nel suo continuo scorrere; l’albero, che affonda le radici nella terra e tocca con le fronde il cielo unendo questi due principi per me indissolubili; il veliero, simbolo del viaggio esistenziale; le figure di spalle che, spesso, ricorrono nei miei dipinti e che si legano alla figura del veliero e del viandante (der Wanderer per i Romantici), che per i visitatori assumono diversi significati, ma che per me sono pellegrini in transito nell’esperienza terrena.

E poi le soglie, dipinte o evocate, che ritroveremo negli sguardi dei volti.

Tutto questo si lega poi indissolubilmente allo scorrere del tempo, sempre presente nella mia poetica.
Anche nel “ritratto” gli elementi sono delineati nei particolari se sono importanti per veicolare lo spirito dell’opera non solo sulla somiglianza (che viene da sé), ma soprattutto sul significato che questa ha per me. In uno sguardo, insomma, mi interessa molto di più ciò che posso leggervi dentro e la realtà che percepisco attraverso di esso, rispetto alla bella forma dell’occhio o al suo colore.

Ogni sguardo è una soglia.

Quindi, la pratica dell’indagine del volto non è altro rispetto a quella dei luoghi: dentro agli sguardi ritrovo gli stessi spazi, le stesse linee-forza, ascensioni e discese di curve e linee, pieni e vuoti, mentre inseguo la coerenza dell’immagine, in sé e percepita.
Per questo non potrei mai definirmi una paesaggista o una ritrattista: gli elementi tratti dal reale mi servono come mezzo per condurre ad altro, sono semplicemente un veicolo.
Ciò non esclude che spessissimo esegua ritratti su commissione, nei quali chiaramente la somiglianza viene ricercata e raggiunta tramite l’indagine spiegata sopra.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

È un rapporto abbastanza sereno.
In questo tempo sto vivendo d’arte, ma continuo ad avere “in caldo” un impiego appositamente part-time (dopo aver insegnato arte a scuola e continuando a svolgere lezioni di pittura), che mi assicura di poter portare avanti il mio percorso artistico in modo autonomo.
Ho periodicamente commissioni, specialmente da privati, mentre alcuni Enti – come l’Istituto Croce Bianca di S. Severino Marche per il quale ho dipinto una Pala d’Altare – mi hanno commissionato nel tempo alcune opere.
Anni fa ho rifiutato alcune collaborazioni artistiche con gallerie, perché mi era stato richiesto di sostenere un ritmo di produzione artistica che avrebbe snaturato il mio lavoro e non avrebbe reso un servizio né a me, né alla Galleria, né agli acquirenti.

È stata una forma di rispetto verso me stessa, ma anche verso gli altri e verso l’Arte.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

A dire il vero, non mi sentirei di dare consigli

Credo sia importante esporre nella nostra Italia, che è patria d’arte per eccellenza, ma anche all’estero, per dare un’occhiata a cosa succede fuori “casa”.

È altresì importante visitare continuamente mostre e mantenere vivo l’interesse per le svariate forme d’arte e per il mondo a 360 gradi.

E rimanere fedeli a ciò in cui si crede.

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Francesco Cogoni.

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