Intervista a Daniela Frongia Jana S

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Non so quando sia nato; fin da bambina manipolavo e sperimentavo  materiali diversi.

In seconda elementare l’insegnante ci assegnò un tema dal titolo: “Cosa vuoi fare da grande?” Io risposi “la pittrice”.

Il percorso di studi mi ha condotto dapprima alla Scuola d’Arte “Carlo Contini” di Oristano e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove il mio fare ha assunto forme e contenuti concreti attraverso performance, fotografia e installazioni.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Potrei elencarti una lista infinita di persone, artisti ed episodi ma cercherò di essere breve.

Sicuramente mi hanno influenzato i grandi artisti con cui ho avuto modo di relazionarmi in Toscana attraverso vari incontri, mostre e workshop; tra gli altri Robert  Pettena, Cesare Pietroiusti, Jhon Duncan e Melissa Pasut.

Ritornare a vivere in Sardegna è stata una scoperta e una rinascita.

Mi ha dato modo di conoscere persone straordinarie con cui ho instaurato profondi rapporti di amicizia, confronto e scambio artistico; grazie a loro il mio lavoro è maturato, e continua a maturare attraverso costanti forme di evoluzione.

Ricordo con grande emozione le mie prime performance pubbliche, che si sono svolte nel 2009 presso il Museo Mac,n di Monsummano Terme, in Toscana.

Sono stata selezionata insieme ad altri sei giovani artisti per partecipare al Workshop Networking tenuto da  John Duncan e Melissa Pasut.

Abbiamo vissuto il Museo per sette giorni, sperimentando e sviluppando i sensi corporei attraverso la pratica della Contact improvisation.

Ognuno di noi ha elaborato un progetto per l’evento conclusivo “Back to the present #2”.

La mia performance  “RelazionanDo-Mi-Do”, ha preso corpo attraverso tre differenti momenti.

Ogni giorno, oltre a relazionarmi con i miei compagni, trascorrevo momenti di totale solitudine, immersa nella contemplazione di un grande albero secolare, circondato da ghiaia e terra, che cresceva nel giardino del museo e che ben presto divenne parte integrante di me e del mio progetto.

È stato uno scambio, un contatto globale a cui si contrapponeva, in lontananza, il frustrante suono di una sega elettrica che uccideva, abbattendoli, altri alberi.

Mentre loro morivano io donavo parti di me, della mia pelle come omaggio e ringraziamento per aver accolto i miei pensieri.

Ha preso così forma una sorta di relazione melodica, documentata da una video installazione e da un reportage fotografico.

La seconda performance è avvenuta in occasione dell’evento finale del workshop; indossati due guanti di lana sulla mano destra, mi sono inginocchiata per terra, e ho iniziato a scrivere alcuni pensieri spostando la ghiaia.

I suoni dei gesti dettati dalla crescente intensità emotiva, si sono congiunti ai passi delle persone che seguivano l’atto creativo.

Mentre i loro occhi scrutavano le parole e i miei movimenti, i guanti si sono lacerati fino a svelare l’incarnato.

È stato intenso.

Ogni volta che ne parlo riesco a riviverne le sensazioni e credo che questo episodio continui ad influenzare in modo decisivo il mio percorso.

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

È sicuramente una ricerca introspettiva che mi porta ad esteriorizzare parti di me e della realtà che vivo attraverso diverse forme d’arte, il filo le lega ed unisce.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Il filo è un elemento cardine della mia ricerca.

Ho sempre lavorato impiegando fibre e tessuti, ma una profonda esigenza interiore mi ha spinto a seguirne personalmente il percorso creativo: dal seme al filo.

Coltivo e curo due piccole piantagioni di lino e cotone, toso e tesso lana sarda, ricamo e tesso con i miei capelli.

Cos’è un filo? Un filo è una corda vocale, uno strumento musicale, un’entità delicata ed al contempo forte; per me poesia concreta.

I fili industriali sono oggetti quotidiani che appartengono alla normalità, diverso è vederli nascere, crearli e poi trasformarli attraverso il racconto dell’arte.

Le emozioni divengono palpabili e visibili.

Nei miei ultimi lavori i fili cuciti sono protagonisti di un atto spontaneo che, se ripetuto nello stesso punto in modo sistemico, crea suture volumiche, metafora degli atti quotidiani ripetuti nel tempo.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Attualmente potrei definirli rapporti di “Mercato privato”.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Riuscire a vivere di arte richiede sacrifici immensi, studio, sperimentazione, tempo ed energie.

Essere artisti è sinonimo di complessità, umiltà, passione, confronto e soprattutto urgenza di “voler dire” attraverso la forma dell’arte.

Il resto arriva se alla base esiste l’impegno, l’ingegno, la determinazione e la costanza.

Contatti:

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Francesco Cogoni. 

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