Intervista all’antropologa Alessandra Guigoni

Come e da cosa nasce il tuo interesse per l’antropologia?

Da bambina volevo fare l’archeologa, studiare le culture del passato, poi a 20 anni ho assistito alla mia prima lezione di antropologia culturale e… folgorazione… da quel momento ho voluto studiare le culture, ma del presente.

Come e in che misura Internet ha influenzato la ricerca etnografica?

Tantissimo.

Il mio primo libro è stato “Internet per l’antropologia”, nel 2001.

Come molti early adopter allora chi studiava come me la Rete come un terreno, le sue comunità come delle tribù, era visto malissimo dall’accademia… così ho scelto definitivamente il cibo, su cui stavo già lavorando dal 1997 in parallelo al discorso internet. 

I fatti di questi giorni, la manipolazione di milioni di persone attraverso i social media, mi dicono che forse avrei fatto bene a continuare ad occuparmene, antropologicamente. Sappiamo ancora troppo poco degli effetti della rete sulle dinamiche socio-politiche ad esempio…

Gli studi dovrebbero essere diffusi in modo da mettere in guardia la popolazione, specie le persone meno attrezzate.

Continuo a usare internet nelle mie ricerche etnografiche, la rete è uno straordinario specchio deformato della società, che mette in scena vizi e virtù alimentari, enfatizzandole a volte in modo grottesco, penso a certe foto di cibo su Instagram, una ossessione (quasi) pornografica.

Quanto può il cibo essere identificativo dei tratti culturali di una comunità?

Le comunità amano identificarsi con il proprio cibo, e pensare di essere uniche e irripetibili grazie al cibo da loro prodotto e consumato.

Spesso sono esagerazioni ma in effetti possiamo dire che semplicemente chiedendo cosa si consuma in un luogo si indovina dove si è, se vicino ci sono frontiere, eccetera.

Il cibo di frontiera ad esempio è una mescolanza di stili alimentari che ci racconta di come i gruppi sociali interagiscono tra loro, tra incontri e scontri.

Il cibo traccia delle frontiere, invisibili ma possenti, tra “noi” e “loro”, che si perpetuano con i riti, i miti, le ideologie e le pratiche alimentari, con le innovazioni che lavorano spesso sottotraccia e silenziosamente.

Che rapporto c’è tra arte e cibo?

Un rapporto straordinariamente complesso, che recentemente alcune mostre, documentari e saggi hanno esplorato con efficacia.

Come la serie Art buffet, di cui non mi sono persa una puntata.

Un quadro con il cibo come soggetto può essere letto e analizzato da uno chef, da un archeobotanico, da un tecnologo alimentare, da un nutrizionista, da uno storico dell’alimentazione o del costume e naturalmente da un antropologo specializzato in food studies.

Nei dettagli e nell’insieme si nascondono tanti elementi interessanti, che ci aiutano a capire come, quando, dove e cosa si mangiava.

Mi piace molto l’iniziativa #annodelciboitaliano che ha visto Mibact e Mipaaf insieme per la promozione del cibo del nostro paese attraverso le tantissime opere d’arte che lo ritraggono, in tutte le sue forme, manifestazioni ed estensioni semantiche.

Ti va di parlarci del tuo nuovo saggio “La lingua dei Santi” edito da Aracne?

Certo, volentieri.

Il libro si è un po’ scritto da solo, 20 anni di ricerca mi hanno portato a riflettere su di un tema per me nuovo, il rapporto, strettissimo, tra alimentazione e religiosità popolare, tra determinati pani e dolci e culto dei santi, tra miti e leggende cristiane e pagane e certi prodotti agroalimentari, come il vino, la ricotta, il lievito madre…

Ho scoperto un mondo e un modo di vedere il cibo ancora sacro, ancora profondamente ancorato a simboli antichissimi, ad una spiritualità primitiva che ancora conserviamo in certi prodotti, anche se non ne abbiamo più la consapevolezza.

Il libro è dotato di indice analitico per cui ogni singola materia prima, ogni località citata, ogni concetto importante è reperibile pagina per pagina.

Si legge e si rilegge quando c’è bisogno di un dato, un’idea, una suggestione…

Un’ultima domanda, che libro consiglieresti per un primo approccio all’antropologia del cibo?

Direi Questioni di Gusto di Mary Douglas.

Ancora insuperato per me.

Sottolinea come ormai ci identifichiamo in ciò che consumiamo e di come la nostra identità, con le sue debolezze, le sue deviazioni ideologiche e la sua stessa essenza sia fatta dei nostri sogni di consumatori di alimenti e bevande.

Contatti:

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Francesco Cogoni.

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