Intervista ad Elisa Cella

Quando e come nasce il tuo percorso artistico? 
Ho fatto studi di tipo scientifico ed ho sempre amato l’arte nelle sue varie forme. Ho vissuto un periodo, durante l’università, di crisi e confusione. A posteriori penso che fosse un momento di ridefinizione e di nascita. Di nascita come artista, anche se per molto tempo ho avuto un timore reverenziale a definirmi tale. Ho iniziato a disegnare pallini e non ho più smesso. Da subito è stato totalizzante e nel tempo lil mio lavoro si è strutturato e maturato. Ho seguito due ambiti di ricerca: uno di analisi e sezione della percezione delle emozioni ed uno di derivazione biologica. Da qualche anno seguo solo il secondo.
Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?
Le foto di ingrandimenti biologici, Hanne Darboven, gli incontri preziosi, la sensibilità, i galleristi ed i critici che hanno creduto nel mio lavoro, Karl Popper, gli scambi con una critica, Dadamaino (peccato che il mercato sia stato invaso di falsi), le onde gravitazionali, la richiesta di un gallerista, Humberto Maturana, i numeri immaginari, il suggerimento di un critico, Bertrand Russell, le mostre viste, il borsone di Higgs, Tomas Saraceno, la stima di un artista, il non aver ascoltato alcune voci, Ludwig Feuerbach, le mostre fatte, i discorsi con le amiche artiste, Edgar Morin, la fortuna e la sfortuna, il seguire sempre il mio lavoro, Wislawa Szymborskal’aver traslocato da una città che adoravo in una dove l’arte contemporanea è più viva, Sol LeWitt, i metateoremi, la follia
Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?
Utilizzo cerchi, di tutte le dimensioni e di vari spessori, tracciati a mano libera e più o meno rifiniti, per comporre strutture biologiche. Dietro a questi lavori ci sono le domande che l’uomo si pone da sempre ed a cui risponde parzialmente con i mezzi che con la cultura (scienza, filosofia, etica, religione) si offre: cos’è la vita? Cos’è e dov’è la coscienza? Quando inizia un essere umano ad essere definito tale? Cosa significa essere genitori? Perché la materia esiste in forma animata ed inanimata? 
Cerco la bellezza, il mistero, la paura, il dubbio. 
 
C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?
I materiali.
Ho iniziato con l’inchiostro su carta, nero o al massimo rosso su sfondo bianco, non avevo praticamente mai preso un pennello in mano. Poi ho sentito l’esigenza di lavorare in maniera diversa col colore e con lo sfondo e sono passata alle tele, prima con l’acrilico e poi anche con l’olio. Ho sperimentato i materiali ed i colori ed ho cercato di imparare quello che poteva essere utile per il mio tipo di lavoro. 
Ultimamente, affianco alla pittura, ho iniziato a sperimentare materiali diversi dando al lavoro una dimensione scultorea ed installativa. È molto emozionante: l’uso di nuovi materiali apre le porte a nuove prospettive. I materiali diversi non danno solo un nuovo mezzo con cui lavorare ma anche un nuovo modo di esplorare diverse parti di sé come artista e soprattutto un nuovo modo di muoversi nello spazio. Dover dipendere anche da altri per la realizzazione pratica di parte del lavoro è frustrante e stimolante. Cambia anche il rapporto con l’imperfezione, che è un aspetto importante del mio fare arte. 
 
Qual è il tuo rapporto con il mercato? 
Lascio ai galleristi l’onere… 
 
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Vivere d’arte? Buona parte degli artisti che conosco fanno anche un altro lavoro, tanti insegnano. 
Ad un giovane artista che stesse iniziando la carriera direi che mantenersi con l’arte è molto difficile ed è un lavoro che può avere periodi di successo e periodi di silenzio. E’ un lavoro di solitudine e di relazioni. Di studio, di sperimentazione e di continua ricerca. 
   
 
SITO:
Francesco Cogoni.
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