Intervista ad Aqua Aura

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico, quando e come…

Dunque, credo che la giusta risposta coinvolga una domanda che feci molto tempo fa a mia nonna, e un luogo.

Avevo sette anni, forse sei, e un pomeriggio chiesi a mia nonna: “Nonna! Perché nei quadri che si dipingono oggi non ci sono le macchine? L’asfalto delle strade? Gli aerei che volano in cielo e tutte quelle altre cose che vediamo quando usciamo da casa?”.

Lei non seppe darmi una risposta soddisfacente.

Più avanti negli anni cominciai a vedere e a capire che macchine, asfalto e tutte quelle altre cose che stanno fuori e dentro casa ci sono, eccome, nei quadri di oggi.

Il luogo invece era una piccola stanza che inizialmente era servita da conigliera e che dava sul giardino dei miei, davanti ad una grande vasca per i pesci. Lì passavo molta parte delle mie serate e delle mie notti. Dipingevo, sporcavo le piastrelle del pavimento di colate di colore ed imparavo la difficoltà e l’angustia di tenere insieme un quadro, di dagli un senso ed un linguaggio. Quel posto mi accompagnò dai sedici ai diciotto anni.

Quindi credo che il mio percorso artistico sia nato da una curiosità, da una insoddisfazione e dal desiderio di dare una forma alle cose che si muovono intorno e mi attraversano. In definitiva, dal desiderio di una rivelazione. Il resto sta tutto nel grande sforzo di cercare e comporre il mio alfabeto.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Nell’ordine: Claudio, che è stato un mio insegnante negli anni del liceo e un grande amico in quelli successivi. A lui confidavo i turbamenti che inevitabilmente accompagnano il percorso di chi si addentra in questo mestiere. Da lui ho imparato una disciplina e un metodo per dare ordine ad uno scenario caotico di impulsi e di stimoli. Poi tutte quelle persone che per loro natura, per opinioni, comportamenti e atteggiamenti mi hanno spinto sempre più verso il lavoro artistico, soprattutto nello sforzo di allontanarmi da da loro. Ed infine mia moglie Giulia, che crede ciecamente nelle cose che faccio.

Per quanto riguarda gli artisti è più difficile.

In generale ho passato alcuni anni per musei, soprattutto all’estero. In quei posti dove, quelli con le menti raffinate dicono che venga conservata l’arte “morta”, quella del passato. Visitandoli ho imparato molte cose. Molte opere conservano grandi lezioni e mi hanno consegnato un numero infinito di suggestioni. Spesso passeggiando per quelle sale quello che trovavo mi risultava più credibile, più emozionante e più “reale” delle persone che incontravo nella vita quotidiana.

Per rimanere in un ambito più vicino, ci sono alcuni atteggiamenti che hanno influenzato il mio modo di pensare oggi. Ho trovato un riferimento in Anselm Kiefer quando dice che “l’arte è una cosa difficile, non è entertainment” e nell’opera di Bill Viola. Attraverso Viola ho smesso di farmi dei problemi riguardo la ricerca di una forma di spiritualità nell’arte contemporanea e ho imparato un sano confronto con il passato, con la storia delle immagini.

Per quanto riguarda gli avvenimenti… Beh! credo che l’incontro con la fotografia e la mia personale “scoperta” dell’Artico siano stati fondamentali. Attraverso la frequentazione di quelle terre desolate ho cominciato a frequentare anche una certa idea del “sublime”, a farmi delle domande in merito e a cercare una credibilità di questa attitudine nel panorama della nostra contemporaneità.

Cosa cerchi attraverso l’arte?

Fondamentalmente, un po di salute mentale.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

In questi giorni è in corso a Berlino una mia mostra personale. Per la precisione: alla galleria Cell 63. La mostra si intitola “Scintillation”. Il titolo è coincidente con il titolo della serie di lavori che compongono la mostra stessa. Quindi ti parlerò di quella serie, che è solo una porzione dell’intero lavoro che sto seguendo.

SCINTILLATION è un insieme di immagini realizzate in stampa digitale. E’ frutto di un lavoro di foto-composizione e di fusione di più immagini derivanti da scatti personali, spesso realizzate durante i miei viaggi nell’Artico, e altri tipi di immagini, immagini scientifiche ottenute tramite microscopio elettronico. Attraverso l’insieme di queste componenti ottengo dei paesaggi algidi, sospesi, apparentemente onirici e di difficile decifrazione. Sono lavori che agiscono soprattutto sul piano psichico, pre-linguistico. Innescano sensazioni prima ancora che pensieri.

Tempo fa Walter de Maria ebbe a sostenere: “Any good work of art should have at least ten meanings” (Ogni valida opera d’arte dovrebbe possedere almeno 10 significati). Mi piace quella frase e cerco di seguire, per quanto mi è possibile, la “regola” dei 10 significati.

Nel tempo e con l’esperienza ho osservato che un’opera d’arte finita, in sé conclusa, è sempre una somma di intenzioni e di stimoli che trovano la loro sintesi e la loro evidenza nell’immagine finale. Credo che l’insieme delle intenzioni e degli spunti che mi muovono possano essere riassunti in due grandi categorie: le intenzioni mentali o, forse meglio, progettuali e gli stimoli sentimentali o emozionali.

Riguardo le mie personali intenzioni progettuali, c’è n’è una che reputo probabilmente la più importante, e cioè l’intenzione di individuare e interpretare una forma di percezione che sia “la forma assoluta della percezione del nostro tempo” e che, per sue caratteristiche e per morfologia, possa rappresentare la struttura poliedrica del “nostro sguardo”, la quale ci contraddistingue rispetto a quello che è venuto prima.

Lavorando in passato, e per molti anni, con la fotografia ho trovato naturale cercare tra le immagini che documentano i tanti aspetti del reale. Attraverso l’osservazione di queste immagini ho scoperto che non è più la sola macchina fotografica, o la sola macchina da presa, a documentare le cose del mondo, nemmeno quelle che hanno installato dentro i nostri telefoni cellulari. A questi mezzi si sono affiancate macchine più sofisticate, che guardano più in profondità e più lontano. Sto parlando dei microscopi elettronici e dei telescopi spaziali. Questi strumenti ci permettono di osservare il tempo, fotografando nello spazio un determinato momento del passato e osservando in profondità, nell’infinitamente piccolo, elementi e realtà che ci sarebbero invisibili altrimenti. Sotto un certo aspetto le macchine del tempo e le macchine per osservare l’invisibile esistono già.

Tutti questi dati visivi, raccolti da tutti gli strumenti che ho appena menzionato, messi insieme, danno l’immagine del nostro tempo in molte differenti forme. Per quanto le mie immagini possano sembrare oniriche o immaginifiche, esse sono in realtà costruite esclusivamente con elementi oggettivamente documentati, documenti reali, forme di vita e oggetti realmente esistenti da qualche parte là fuori o nello spazio profondo dei nostri corpi. Nulla, dei particolari presenti nelle opere, è inventato. Poco importa se i soggetti provengono da fotografie scattate da me personalmente o se prelevati da archivi di rete. Ognuno di loro fa parte dell’immenso archivio del mondo che le macchine che sostituiscono i nostri occhi hanno contribuito a creare.

Ora, visualizza tutto questo bagaglio di immagini, il contenuto del nostro immenso archivio, ponile su un piano orizzontale senza gerarchie d’importanza. Tutti i documenti a cui abbiamo accesso acquisiscono la stessa possibilità di entrare nella costruzione dell’immagine del mondo corrente. Però, nel momento in cui io costruisco la mia immagine trascino questo bagaglio nel territorio della creazione artistica, che Mark Rothko definiva “An adventure into an unknown world” (un’avventura dentro un mondo sconosciuto). Quello che se ne ottiene è un miracolo; un’esperienza dentro la quale l’intimità tra creazione e creatore è totale e i cui esiti possono essere inattesi o apparire “pretestuosi”, eppure… Si tratta di realtà oggettiva assemblata con gli strumenti di una realtà intima.

Riguardo le ragioni sentimentali ed emozionali delle opere, comincerò da un romanzo che ho sempre amato e che ha sempre colpito la mia immaginazione – Frankenstein: or, The Modern Prometheus – di Mary Shelley. In quel romanzo un passaggio mi ha rapito più degli altri. Quando “La Creatura” su una barca in mezzo al mare glaciale dà il suo addio al mondo, trascinando se stesso e il corpo del suo creatore verso l’oblio del mondo artico, dentro un “nulla” di un bianco assoluto. Ricordo che leggendo quelle righe ho pensato: “Quanto sarebbe stato bello se in quel viaggio oltre i confini del mondo e dentro il delirio della sparizione, ad affiancare la creatura ci fosse stato un fotoreporter. Quali sarebbero state le immagini tratte da una simile radicale esperienza! Un’esperienza visiva emozionale e mentale insieme. Sarebbero state le immagini di un viaggio e, allo stesso modo, di una metafora”. Ancora una volta mi viene in aiuto una dichiarazione di Mark Rothko a proposito

dell’arte. Parafrasando la sua dichiarazione: sarebbe stato come…. non la rappresentazione dell’esperienza, ma “L’Esperienza” in se stessa1.

Così ho cercato di calarmi nelle vesti di quell’immaginario fotoreporter.

Forse è questa la ragione per cui nei lavori di queste due serie ho scelto paesaggi artici e glaciali. Costruendo le immagini di questo viaggio mai realizzato ho scoperto che si procede nello spazio che Jung definiva “la psicologia del profondo”. Frammenti del mondo che si ricompongono storpiati dalla radicalità emozionale di un così difficile attraversamento, o forse invece, come diceva il mio amico Alessandro Trabucco: “Si tratta del mare pensante di Solaris che incontrando nuove forme di vita le imita, entra in empatia con esse, crea copie di ciò che osserva attraverso il suo magma bianco e, quando ne ha imparato le forme, le reinventa dando loro vita autonoma”.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Quello di tutti credo. O almeno, quello di molti. Intense frequentazioni e allontanamenti salutari. Grande trasporto e indifferenza, alternati. Passioni che sbocciano e silenzi sterili. Successi e delusioni che si rincorrono a seconda del caso, del luogo e del momento. Sono in questo mare e lo navigo, a volte c’è un buon vento di poppa ed in altri momenti bonaccia. Fondamentalmente mi faccio domande, cerco e realizzo immagini e/o “oggetti” che mi piacciono e attraverso i quali intreccio riflessioni. Il risultato formale di questa fatica qua e là qualcuno se lo compra. Col susseguirsi degli eventi ho cominciato ad essere accompagnato da qualche “aficionado” che segue il mio lavoro e ne ha stima. Spesso, comunque, passo il tempo a cercare un senso e una direzione per il mercato di oggi che, a volte, è volubile ed emozionale. Mi porto addosso il ricordo del mercato negli anni ’90, qualche volta ne ho nostalgia. Allora sembrava più lineare, più traducibile.

Nel concreto, lavoro con alcune gallerie italiane ed estere. Con loro, di anno in anno, si realizzano buoni e interessanti progetti godendone i relativi frutti.

Ultimamente alcune opere cominciano ad essere inserite in collezioni “pubbliche”. La cosa mi fa molto piacere, a volte la trovo più consolante di una buona vendita.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Assolutamente nulla.

Per prima cosa: non penso di possedere “il verbo” per dare consigli illuminanti e risolutivi a qualcuno. Non credo di godere ancora della “credibilità” necessaria per essere un maestro di percorso. In seconda battuta: credo fermamente che oggi il mestiere dell’artista sia un percorso totalmente solitario. Per intenderci, qualcosa del tipo – Giovanni Soldini che attraversa in solitaria l’oceano – senza le TV internazionali a seguirlo però.

Esistono tante formule di percorso e tanti modi di essere artista quanti sono i nomi che costellano il mondo dell’arte. Quelli conosciuti e quelli che non lo sono. Ognuno cerca qualcosa in questo mestiere che non è detto sia quello che cerco io. Ognuno ha la sua storia e il proprio profilo umano o professionale da cui dipende l’andamento della sua relazione con l’arte. Inoltre, penso che ognuno abbia il diritto e il dovere di plasmare il proprio stile e le proprie modalità di iterazione con l’ambiente. Se questo qualcuno ha talento, fortuna e un veloce riconoscimento, buon per lui. Non ha bisogno di consigli. Se qualcun altro dovesse incontrare difficoltà e rovesci, allora, quale banco di prova migliore per misurare il valore della propria “ossessione” e del proprio progetto. Si è dentro questo palcoscenico per una serie infinita di ragioni. Non credo esista una gerarchia per questo campionario.

Forse quando sarò vecchio e saggio e qualcuno, caso mai, mi avesse già invitato ad esporre nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, allora forse saprei cosa consigliare ad un artista, giovane o maturo che sia.

Gallerie di riferimento:

Cell 63 Art Gallery, Berlino – Germania.

Costantini Art Gallery, Milano.

VV8 Artecontemporanea, Reggio Emilia.

RC Contemporary, Torino.

Galleria Kajaste, Helsinki/Oulu – Finlandia.

Link: http://www.cell63.com/cell63/

http://www.costantiniartgallery.it/?page_id=4672&lang=it

http://www.vv8artecontemporanea.it

http://www.rccontemporary.com

http://www.galleriakajaste.fi

Sito: http://www.aquaaura.it

Facebook: https://www.facebook.com/aqua.aura.94

Francesco Cogoni.

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