Intervista ad Antonio Luciano e Dreh Busu

1) Ricordate il primo momento in cui è nata la vostra passione per il teatro?

Antonio: Da universitario con i primi corsi laboratoriali; forse da liceale interpretando durante i giochi di ruolo da tavolo o probabilmente prima ancora da bambino con il gioco del “facciamo finta che sono…”
Ecco, da bambini siamo tutti “appassionati di teatro” nel senso più puro, anche se talvolta è un qualcosa che perdiamo strada facendo.

Dreh: In seguito al mio primo laboratorio teatrale. Non so tradurre in parole esatte come mi sono sentito, ma ho sentito un senso di appartenenza e di entusiasmo verso questo mondo.

2) Quali persone, situazioni o artisti teatrali hanno influenzato maggiormente il vostro lavoro?

Antonio: Nel citare i nomi trasversali dei grandi maestri barerei, per quanto abbiano sicuramente influenzato tutta la scena attuale e senza le loro idee saremo spesso smarriti. Ma in realtà mi sono stati raccontati; o posso al massimo aver incontrato le parole che ci hanno lasciato scritte.
Sarei decisamente più onesto a dire che le influenze che mi porto dietro arrivano dai vari formatori che ho incontrato o addirittura dai frammenti che ho vissuto finora: una chiacchierata significativa con un amico davanti ad una birra, una litigata catastrofica, ecc. Tutto materiale che si “attacca sulla pelle” e poi inevitabilmente un giorno ritorna a galla.

Dreh: Tutti i miei formatori e collaboratori mi hanno lasciato un’impronta significativa, aprendomi a influenze artistiche che ancora oggi sono presenti nel mio lavoro e nella mia ricerca. Indubbiamente registi come David Lynch, che ho conosciuto proprio grazie al teatro, mi hanno dato quel senso dell’oltre e allo stesso tempo del quotidiano e del concreto che cerco in ogni mia esperienza. In conclusione il mio migliore amico, Jordan Corda, un musicista e artista con cui non ho mai smesso di contaminarmi e al quale devo soprattutto l’abitudine al non accontentarmi e al trovare il bello anche nella situazione più buia, artistica e non.

3) Cosa volete esprimere attraverso il teatro?

Antonio: Mi sono innamorato dell’idea che si debba ricercare un messaggio. Che ogni prodotto scenico debba contenere, anche se ben nascosta, una riflessione sul nostro vivere come comunità. Perfino nell’intrattenimento più di pancia. Nulla di didattico, sul palco non si fanno lezioni frontali e non si danno risposte. Però mi piace questa vocazione quasi sacerdotale al chiedersi “Avete visto dove stiamo andando tutti insieme?”

Dreh: Per me l’importante è raccontare una storia fino a che non ti ci perdi dentro e, soprattutto, è cruciale perdertici con i tuoi colleghi e il pubblico. Fuori scena siamo pieni di sovrastrutture, manierismi e resistenze che quel salto dimensionale che il teatro fa accadere spazza via e, quando funziona, ci si ritrova tutti insieme a vivere sulla pelle una storia che magari è nuova all’orecchio ma per qualche alchimia senti di conoscere da una vita, senti che ti è sempre appartenuta. Cerco quel senso di uno, in cui per un po’ di tempo si respira tutti insieme allo stesso ritmo e non ci sono nemici, ma compagni di viaggio.

4) Parlateci del vostro ultimo spettacolo “Cielo di pietra”!

Antonio: È uno spettacolo che affronta il tema della carcerazione in Italia. I punti di vista sono due; quello di un secondino e quello di un carcerato. Il testo nasce proprio dopo il lockdown, quando durante la riapertura ci siamo sentiti dire spesso “è stato come stare in carcere”; da lì la domanda da approfondire “Ma cosa vuol dire davvero stare in carcere e perché esistono le carceri?”
Il tema è ovviamente pesantissimo e feroce, così abbiamo provato ad affrontarlo con una certa ironia grottesca.

Dreh: Per me è stata un’esperienza rivoluzionaria. Non riesco a scindere il teatro dall’atto creativo e per la prima volta da quando ho iniziato mi sono ritrovato a lavorare sulle parole scritte da un mio carissimo amico, che trattano una tematica così ferocemente quotidiana e vicina che esplorare i due personaggi da lui creati è stato un percorso fortemente umano oltre che artistico. Cielo di Pietra è un copione coraggioso, poetico e tagliente che mi ha dato modo di esplorare come mai prima mi era capitato, con libertà, ascolto e rigore.

5) Qual è il vostro rapporto con i teatri e le compagnie? che possibilità ci sono di emergere per un giovane teatrante?

Antonio: Mi sembra che chi lavori nei teatri oggi lo faccia quasi sempre per vocazione, a prescindere dall’età. Questo porta abbastanza spesso a incontrare persone incredibili di tante compagnie diverse. Proprio per questo per un giovane penso possa bastare mostrare un barlume di quel fuoco della passione, unito alla disponibilità ad imparare e fare i giusti sacrifici, per farsi coinvolgere sempre più in progetti validi.
Qui però si parla di essere soddisfatti del proprio fare e ad oggi penso basti; sul come emergere, nel caso sia questo l’obbiettivo, se doveste trovare una ricetta rigiratemela e vi offro una cena fuori.

Dreh: A volte conflittuali, a volte di profonda comprensione e accoglienza reciproca. Penso che chiunque senta amore e richiamo verso questo mondo più che preoccuparsi di emergere debba prendersi cura di questa vocazione così come il cuore la presenta, l’unica reale ambizione da coltivare è quella di essere onesti e felici nell’incontro che ti dà la possibilità di vivere il teatro. Seguendo questo vettore arrivano gli incontri con i maestri giusti, quelli che percepiscono la tua esigenza e vedono la tua dimensione/proposta e ti aiutano a comprenderla, ti danno i mezzi per svilupparla, tecnici e umani. Le possibilità ci sono, anche di fare grandi salti, l’importante è e sarà sempre la dedizione.

6) Cosa consigliereste ad un giovane teatrante, sia esso autore o attore, che vorrebbe vivere di quest’arte?

Antonio: Uno dei miei primi formatori tempo fa mi disse con semplicità “Se sei uno che si accontenta di un auto usata, solo in quel caso puoi fare questo mestiere.” Si riferiva al superfluo con cui viviamo. A meno che non si parli di artisti di livello nazionale con le buste paga spesso si fatica; probabilmente va accettato il fatto che l’ultimo modello di un’auto fa parte di questo superfluo. Ma non si tratta di fare scelte francescane: un’auto che funzioni, un posto in cui vivere, buon cibo in tavola e perfino i piccoli vizi non devono essere visti come inarrivabili.
Insomma, consiglierei semplicemente di riflettere su cosa vuole ottenere dalla vita; le soddisfazioni difficilmente saranno economiche. Al tempo stesso di ricordarsi che si tratta di un lavoratore con dei diritti sanciti e ovviamente di andare a teatro il più possibile.

Dreh: Di non perdersi in paure e ansie e di cercare sempre l’incontro con l’altro, un ascolto e un darsi reali, che si tratti di colleghi o maestri. Studiare, disciplinarsi, credere tanto nelle ragioni per cui si intraprende questa strada, che col tempo cambiano, magari, ma sono il tesoro più prezioso che si ha. Si trovano tante persone e situazioni che abbattono la volontà di andare avanti, ma se ne trovano altrettante con cui si possono disegnare e trovare strade che vale la pena percorrere. E nel mio piccolissimo dico anche che faccio un tifo sfegatato e credo fermamente in tutti quelli che si sono lanciati in questo mondo. Non siete soli nel casino, ecco.

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Francesco Cogoni.