INTERVISTA AD ANGELO LIBERATI

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Quando nasce il tuo percorso artistico ?

Intorno alla metà degli anni ‘60 passando da una prima fase realistica, rimeditata attraverso la pittura di Renzo Vespignani con il linguaggio della Nuova Figurazione. L’avvicinamento alla Pop Art tramite i Pittori della Scuola di Piazza del Popolo, e i successivo interesse per la Poesia Visiva mi offrono gli strumenti per una maturazione che dai primi anni ‘70 fino ad oggi viaggia su una sorta di rette parallele alla Pop Art senza escludere un “Occhio Realista”.
Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro ?

Ho preso tutto quanto quello che mi serviva dai Maestri di tutte le epoche, gli artisti che nei periodi elencati ho sentito più influenti sono sicuramente Guttuso “amato” attraverso l’apprendistato nello studio di Silvio Benedetto, un innamoramento giovanile presto sostituito da un più consapevole controllo della mia propensione “realistica” tramite l’opera e l’amicizia con Renzo Vespignani.

Il binomio Burri-Rauschenberg. Per sintetizzare potrei fare un solo nome: Michelangelo Antonioni.

Cosa cerchi in arte ?

Quello che trovo.

Qualche volta un’emozione.

Spesso una sfida con me stesso, con il mio mestiere sottoposto a continue verifiche.

Ogni giorno cerco il benessere che mi viene dalle mie matite, dai miei colori a olio e acrilici, da pastelli morbidissimi, tutti materiali che mi accolgono appena entro nello studio.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare ?

Non mi piace ricerca, come non mi piace il Picasso che dichiara: “Io non cerco, trovo” so che sembra contraddire quanto affermato prima, ma non è così.

Non amo le parole standardizzate.

Tutti ricercano e tutti trovano.

Bob Dylan non ricerca, Antonioni non ci annoia con le sue sperimentazioni.

Entrambi conoscono molto bene il loro mestiere, lavorano e ci offrono ascolti e visioni fuori dagli schemi prefissati.

Questo io cerco di fare, consapevole delle limitate possibilità che i miei strumenti “tradizionali” oggi possono offrire sul piano dell’innovazione. Piccoli varchi sono ancora a nostra disposizione.

Io mi ci ficco quando ne individuo uno. E lavoro per stare bene.
Qual’è il tuo rapporto con il mercato ?

Il mio rapporto con il mercato è quello che mi consente di non essere sopraffatto dalle esigenze di un “mercato onnivoro”, di un mercato condizionante, di un mercato che fiacca lo spirito dell’operare, dell’operatore artistico, del pittore nel mio caso.

Il mercato serve, primo perché non abbiamo più i committenti dei secoli d’oro (non migliori dei mercanti attuali) e secondo perché la committenza pubblica, che potrebbe essere la salvezza, è inflazionata da presenze invadenti, da facitori di cose dipinte sempre pronti con il lecca-lecca per farsi accattare croste insignificanti o sperimentalismi “raccontati” e progetti di ricerca che quando va bene trovano “l’ovvio” di cui sono pieni i magazzini dei Palazzi adibiti a Pubblico disprezzo dell’arte.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte ?

Consiglierei di lavorare, guardare la grande arte, prendere più che possono senza dimenticare chi li ha preceduti e chi ha loro aperto le porte dell’immaginazione per nutrire i loro occhi prensili.

Cosa quest’ultima che pochi fanno e sanno fare.

La maggior parte dei “crostaroli” ruba male e rimette in circolo l’invenzione dell’acqua calda.

Vivere d’arte oggi non è facile, non lo era neanche prima però, rocordiamocelo.

I lecca culo ci sono sempre stati e hanno cercato di impedire agli artisti di lavorare, qualche volta ci sono riusciti.

Non sempre però.

Lavoriamo all massimo delle nostre capacità.

Se la qualità c’è alla fine viene fuori.

Forse di plastica, ma che sia plastica buona.

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sito: http://www.angeloliberati.it/

Francesco Cogoni.