INTERVISTA AD ANDREA MURRU

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico-musicale?

Ho iniziato un rapporto consapevole con la musica nel periodo adolescenziale, quando parallelamente all’interesse per tutto ciò che gravitava attorno all’hard rock e all’heavy metal ho cominciato a suonare la chitarra.

In seguito, dopo essermi trasferito a Perugia e a Bologna per frequentare l’università, ho abbandonato i vincoli dei generi musicali e l’approccio da sottocultura giovanile che erano stati forti all’inizio.

In questo contesto sono avvenuti degli incontri che hanno condotto, da una parte alla nascita di progetti musicali ai quali ancora partecipo attivamente, dall’altra a un ripensamento del rapporto con lo strumento e della sua funzione.

Ho iniziato a suonare il mandolino e in generale, perdendo la visione “chitarrocentrica” tipica del rock, sono stato portato a trovare man mano più affascinante e interessante la dimensione collettiva e corale della musica: ossia il fatto che diverse persone e strumenti possano concorrere, ciascuno con la propria singolarità, a elaborare una comune poetica.
Quali musicisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Sicuramente l’incontro con il mondo di Sanseverino è stato fatale! Attraverso lui sono risalito a Django Reinhardt e alla scuola che ne è derivata.

Ma poi ci sarebbe da elencare un’infinità di gente che ha lasciato delle tracce, a volte visibili a volte no, ma senza cui certamente non vedrei le cose allo stesso modo.
Cosa cerchi dalla musica?
Mi piace l’aspetto architettonico della musica, il fatto di avere tanti elementi che vanno fatti reagire e combaciare attraverso una ricerca del giusto incastro, della misura, dell’equilibrio.

Ci sono delle regole armoniche e dei rapporti matematici molto precisi fra i suoni.

Eppure quest’intelaiatura “rigida” (o anche la sua deliberata e consapevole violazione) apre a una dimensione di tutt’altro genere, qualcosa di più sottile.

Come un puzzle che fa emergere una figura tridimensionale una volta completato.

Ogni volta mi stupisce il rapporto tra aspetto materiale e “senso”.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

No, dico solo che è qualcosa che a volte porta molta gioia.

Qual’è il tuo rapporto con le case discografiche e che possibilità ci sono di emergere?

Un rapporto praticamente assente.

In passato abbiamo fatto uscire un disco per un’etichetta di caratura nazionale, ma non ci è stata di alcuna utilità.

Credo che sia quasi impossibile emergere al di fuori di certi circuiti in cui, a parte qualcosa, circolano solo “prodotti garantiti” con le caratteristiche che conosciamo tutti.

Rimane un sottobosco generoso fatto di persone che mostrano grande dedizione (e sbattimento) e a quel livello sicuramente c’è meno piattume e si incontrano anche proposte interessanti e originali.

Cosa consiglieresti ad un musicista che vorrebbe vivere di musica?
Crearsi una professionalità con una formazione solida, esercitare l’apertura mentale, perfezionarsi sempre, non lasciare niente di intentato.

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Francesco Cogoni.