Intervista a Virgilio Rospigliosi

Preghiera digitale (Archetipi Psichici Visivi). 1991©. Cm 40x33x9, acrilico su tavola, legno, filo di ferro.

 

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

La figura del sacerdote durante la celebrazione dell’eucarestia, ha sempre esercitato fascino su di me. Fin da ragazzino. Quel rituale monotematico, ostinato, praticato con dedizione mi ammaliava. Spesso andavo alla messa domenicale soltanto per guardare la performance del prete. Nella speranza che di punto in bianco impazzisse e iniziasse a saltare ripetutamente sull’altare, come uno sciamano posseduto. Ero attratto dall’azione logica, metodica e al tempo stesso dall’incoerenza e dalla contraddizione.

Ho sempre cercato la discontinuità estetica. Come atto purificatorio per il rinnovamento di un classico ormai vetusto. Ho basato il mio percorso artistico prevalentemente sulla ricerca dell’Essere, inteso come non-entità che determina le entità, le cose. E sul tempo come concetto fisico che modifica lo spazio. Credo sia iniziato tutto cosi.

 

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Ogni essere umano subisce l’influenza di qualcun altro. Sta all’uomo intelligente non lasciarsi fagocitare dalle influenze. Esistono influenze attive e passive. Le attive sono stimolanti, nutrienti, formative e si dimenticano in breve tempo, lasciando spazio al soggetto rinnovato, maturato. Le passive ingoiano il soggetto che diventa il clone delle influenze che lo hanno pervaso. Per quanto riguarda la mia formazione sono stati importanti; Newton, Einstein, Rembrandt, Bach, Nietzsche, McLuhan, Cage.

Ma ciò che ha influenzato maggiormente la mia sensibilità è La nascita della tragedia Greca descritta da Nietzsche. Li c’è tutto.

 

Cosa cerchi attraverso la forma d’arte che utilizzi?

Philippe Daverio una sera a cena mi disse ironicamente: “ogni volta che ti incontro non so mai chi ho davanti. Dichiara le tue generalità”.

Si riferiva al fatto che la mia opera non trova una collocazione stilistica specifica. Ma è qualcosa di a sé stante, proprio per la voluta discontinuità estetica e concettuale. Non mi rispecchio nella figura dell’artista. Come ho già detto sono un ricercatore, sicuramente Gnostico. Cerco il vuoto del vuoto nel vuoto, cerco di mettere in luce l’insensatezza dell’in-esistenza umana. Non utilizzo un’espressione specifica, tendo alla polifonia. Per me le modalità espressive sono soltanto strumenti che devono convergere in un comune denominatore. Deciso da me. Uno strumento vale l’altro. Infine con Atomideogenesi è stato azzerato tutto ciò che di umano vi era nella rappresentazione artistica. Generando un nuovo punto di partenza.

Preghiera digitale (Archetipi Psichici Visivi). 1991©. Dettaglio.

Cos’è Atomideogenesi?

Per comprendere in modo chiaro il concetto sarebbe bene leggere il manifesto filosofico scritto nel 2002’. Mi limiterò a una breve sintesi. Atomideogenesi è un linguaggio limite che sovverte la concezione di arte come rappresentazione fisica in quanto percepita dai sensi. E alla quale la storia ci ha abituati. Nasce da un’intuizione avuta nel 1999’ ed è il frutto di ricerche intuitive sull’Essere Ontologico. Il concetto nonostante possa apparire ostico al primo impatto, è semplicissimo da comprendere. È però difficile da accettare come linguaggio, in quanto vi è la deprivazione dell’oggetto inteso come opera d’arte. I primi prototipi risalgono al 2001/2002’. Atomideogenesi involontariamente mette in discussione il termine Astrattismo che definisce il noto movimento artistico e le produzioni a esso correlate. Alcuni esperti in informatica, artisti e collezionisti, hanno fatto notare quanto Atomideogenesi abbia anticipato di circa vent’anni l’attuale Crypto art – NFT. In realtà Atomideogenesi si spinge ben oltre, perchè nella sua finalità si sposta aldilà della percezione sensoriale.

Mentre con NFT vi è comunque una fruizione visiva e auditiva, tangibile. Dunque oggetto. Con NFT, crypto art o cose del genere, cambia il supporto ma la minestra è la stessa. Atomideogenesi annulla il linguaggio convenzionale creando un antilinguaggio. L’oggetto (Ente), definito dall’Essere Ontologico e riconosciuto dalla massa come opera d’arte, viene smaterializzato nel rituale del processo informatico. Il dato acquisito diventa numero (entità astratta). E finché resterà non visibile all’interno del contenitore informatico non sarà percepito dai sensi. Dunque sarà astratto e scisso dalla sua determinazione Ontologica.

 

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Devo ammettere che le mie opere hanno sempre suscitato interesse. I collezionisti iniziarono ad apprezzare la mia poetica abbastanza presto. In parte credo sia dovuto al fatto che il modus operandi essendo incoerente, non è collocabile in uno stile o categoria specifica. Dunque abbraccia un pubblico variegato. Detto ciò, il mio rapporto con il mercato è sempre stato discontinuo. Una particolare forma di emicrania cronica, spesso devastante, accompagna le mie giornate fin da ragazzino. Condanna che ha pregiudicato non poco i miei rapporti lavorativi. Anche se paradossalmente ha influito positivamente nel mio modo di osservare la realtà e quindi anche nel modo di pensare l’arte. Posso comunque affermare che i circuiti mercatali sono piuttosto inibenti. Quando vi è troppo mercato la buona arte è carente. E quando vi è buona arte manca il mercato. Durante gli anni per sponsorizzare la mia ricerca ho fatto spesso uso di pseudonimi, alcuni dei quali abbastanza noti in ambito artistico. Dunque in un certo senso a volte il mercato mi è stato utile. Tuttavia ha poco a che fare con “l’arte”. È piuttosto un luna park che muove l’economia; è composto da artisti, galleristi e critici che hanno travisato il concetto di arte. La maggior parte degli artisti sono servi ubbidienti e sempre sull’attenti. Alla mercé di gallerie d’arte che velatamente impongono loro di realizzare ciò che si vende meglio. In fin dei conti la galleria d’arte è un negozio, una boutique, gestita da galleristi, ovvero negozianti che vendono dipinti, sculture, installazioni, fotografie e video per pagarsi le bollette a fine mese. Poi ci sono i critici, una delle categorie peggio riuscite dal magma sociale. A parte qualche rarissima eccezione, nella maggior parte dei casi il critico è un mestierante pagato da gallerie d’arte, case editrici, palinsesti televisivi o dagli artisti stessi. Per scrivere elucubrazioni dialettiche o perdersi in vaneggiamenti oratori. Nel tentativo di dare un senso oggettivo a tutto. Anche la dove il senso non c’è o non deve esserci. Formulando cosi epistolari più o meno tutti simili, ma inverosimili e molto spesso insensati. Quello del critico è un mestiere accessorio umiliante che non informa il pubblico sui fatti, ma al contrario disinforma e crea confusione nel fruitore. Lèon Bloy diceva: “Il critico è colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui”.

Un poeta può essere compreso soltanto da un altro poeta e non da un critico.

 

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Ognuno è quello che è. Ognuno fa quello che può.

Se mi guardo intorno vedo moltissimi artisti che tendono a seguire il flusso delle mode. Più o meno bravi, più o meno ricchi e famosi, ma sempre mediocri. Il filosofo tedesco Kant, come ogni filosofo che si rispetti ha scritto molte sciocchezze, ma ha anche dato una definizione piuttosto interessante sull’arte. Egli definisce l’arte in due tipologie; l’arte piacevole e l’arte bella. Secondo Kant l’arte piacevole la possono produrre tutti. L’arte bella no. L’arte piacevole é prodotta dagli artisti. Ed è arte di intrattenimento che non abbraccia soltanto il figurativo, ma anche altro. È ben fatta, è ruffiana, strizza l’occhiolino al pubblico, crea l’evento, la serata vip, lo scoop che fa audience. Insomma un bazar di bigiotteria. Poi c’è l’arte bella, quella che crea il modello. Prodotta dal genio e non dall’artista. Spesso non è compresa dalla massa, non crea scoop e ne audience nell’immediato. Perchè troppo avanti e quindi incomunicabile all’attualità. Il genio ha in se ovviamente anche tutte le caratteristiche dell’artista. È un artista con un centinaio di marce in più. L’artista invece non ha le caratteristiche che ha il genio. Dunque si può scegliere di diventare artisti (perchè è procedurale), ma non si può scegliere di diventare genio. Genio o lo sei o ti arrangi.

L’unico messaggio che mi piacerebbe condividere è invitare a studiare moltissimo. Osservare le manifestazioni naturali, i cambiamenti sociali, tecnologici e scientifici. Definirsi umilmente e costantemente ignoranti socratici. Perché è ciò che siamo. Sovraccaricarsi di informazioni e di curiosità. Imparare a de-pensare e cercare il vuoto del vuoto nel vuoto. Affinché ci si possa specchiare nello stupore. L’arte vera supera il concetto convenzionale di arte. Ed è incomunicabile. Ma questo è un discorso che non può prescindere dall’intuizione collegata all’Essere Ontologico. E quindi un “artista” qualunque non lo comprenderebbe.

Citando Nietzsche; scacciare il Cammello, guardare il Leone negli occhi e abbracciare il fanciullo.

 

Natività (Atomideogenesi). 2009©. Cm 22x18x10, scultura in ceramica, oro zecchino, memory card con all’interno l’immagine smaterializzata della scultura.
Natività (Atomideogenesi). 2009©. Dettaglio.

 

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Francesco Cogoni.