Intervista a Roberta Locci

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Ho iniziato il mio percorso nel 1994 col Teatro Actores Alidos, dove ho studiato le tecniche e l’arte dell’attore corporeo ispirate alle metodologie di J.Grotowski, collaborando stabilmente con la compagnia fino al 2003.

Un caso più che una scelta, mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto.

I primi anni sono stati durissimi, otto ore al giorno di preparazione fisico/creativa che per me non si esaurivano a fine giornata.

Ero convinta di poter cambiare il mondo… in fondo lo sono ancora.

Gli Alidos gestivano un Centro di Documentazione dello Spettacolo, avevo accesso alla documentazione del lavoro di artisti che hanno aperto finestre importanti per la mia formazione: Pina Bausch, Tadeusz Kantor, la Socìetas Raffaello Sanzio, Antonin Artaud, Francis Bacon, Andy Warhol, Marcel Duchamp, Michael Nyman, Wim Mertens, Peter Greenaway,Wim Wenders e potrei continuare.

A diciannove anni il mio mondo ruotava attorno al mio corpo e a quello dei miei compagni, alla sala prove e alla contemplazione del lavoro di grandi artisti. Io volevo appartenere al loro mondo , ma già all’epoca mi sentivo profondamente inadeguata.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Sicuramente l’incontro con il riverrun Teatro, sia con i suoi fondatori Elio Turno Arthemalle e Fausto Siddi che con l’attuale direttore artistico Lorenzo Mori.

Per motivi diversi e sopratutto in periodi diversi sono stati entrambi dei punti di svolta nel mio lavoro.

Cosa cerchi attraverso le forme d’arte che utilizzi?

Cerco verità.

Non è importante la “forma” di restituzione, o meglio è importante che sia quella più centrata rispetto al contesto.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

In un anno di isolamento, di paralisi sociale e culturale abbiamo tutti avuto modo di rivedere il nostro fare.

Questo “rivedere”, rimettere in discussione, mi ha portata alla consapevolezza della mia e dell’altrui “solitudine”, ha agito sul desiderio di relazione, sulla necessità di posare il mio sguardo sull’altro, sull’urgenza di condividere una visione futura, sulla volontà di alzare gli occhi per incontrare e raccontare gli altri.

Per la prima volta sentivo l’urgenza di costruire dei ponti reali tra gli artisti.

L’idea di PORTRAIT nasce così, un progetto in divenire che prevede, nella prima fase, la realizzazione di cinque ritratti di cinque compagnie teatrali. Sotto copio un frammento di presentazione del progetto scritto da Elio Turno Arthemalle, il “curatore” di “Portrait”, mi piace chiamarlo così, lo definisce: colui che si prende cura, colui che racconta questo progetto come io non riuscirei a raccontare:

“Ecco l’idea.

Ogni artista porta con sé anni di tentativi, studi, convinzioni, fallimenti, entusiasmi, idiosincrasie: si tratta di prendere tutto ciò, trasportarlo in uno spazio astratto e convertirlo in racconto scenico.

È un lavoro che richiede ascolto reciproco, che attiva un processo grazie al quale le proprie identità artistiche smettono di essere cittadelle entro cui arroccarsi e cominciano a funzionare come valenze chimiche in grado di generare legami inaspettati.

Non ci sono standard procedurali, meccanismi di produzione consolidati: occorre tempo e disponibilità.

Roberta Locci contatta (o viene contattata) da un artista o da una compagnia, e si dispone a conoscere ciò che le viene offerto. Ciascun artista mette sul tavolo quel che ritiene lo rappresenti.

In una seconda fase, lavorando assieme, si individuano i nuclei di senso su cui si andrà a imbastire il meccanismo narrativo. Infine, il passaggio più delicato, quello in cui si definisce il linguaggio.

Per ogni ritratto, Roberta parte da zero; inventa un alfabeto apposito, modellando i suoni, i segni, il lessico e la sintassi teatrale sul contesto specifico: ad ogni universo la sua lingua.

Perciò ogni ritratto sarà totalmente differente dagli altri: nelle forme, nei contenuti, nel rapporto con lo spettatore.

È, a mio parere, il modo più onesto e efficace attraverso cui un teatrante possa collaborare con un altro teatrante. Non c’è giudizio, non c’è valutazione, non si cercano piani di confronto. Ed è un conto con bilancio a pareggio: gli artisti ritratti hanno la possibilità di osservarsi attraverso uno sguardo esterno, di analizzarsi a un passo di distanza, fuori da sé; la regista ha la possibilità di cercare sé stessa, in viaggio da un ritratto all’altro, frammentandosi nel caleidoscopio delle esperienze.

Ciascuno prende e dà in egual misura, e il risultato è un’opera che, appartenendo a tutti, non ha più alcun debito filiale con i suoi creatori.”

Non so se il desiderio di raccontare gli altri sia solo un pretesto per raccontare me; so però che la spinta che agisce su di me è la stessa che agisce sugli altri: la necessità di “generare legami inaspettati”.

Per me “PORTRAIT” è una possibilità. Un’opportunità verso la consapevolezza. La mia ricerca altro non è che il tentativo di costruire specchi che riflettano l’immagine di ognuno di noi attraverso una rappresentazione altra da noi.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Non mi sono mai posta il problema perché ho sempre collaborato più o meno stabilmente con strutture che gestivano i miei progetti.

Con “Portrait” però il discorso è differente, ho deciso di non appoggiarmi a nessuna struttura, ho deciso di stabilire i rapporti con le compagnie fuori da ogni dinamica e logica di mercato.

Una volta conclusa la prima fase dovrò pormi il problema.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Non so come risponderti sono sincera, so cosa rifarei e non rifarei io, ma ognuno ha la sua storia, ognuno la sua casa.

Contatti:

Sito: http://www.riverrunteatro.it

Sito: http://www.actoresalidos.com

Facebook: https://www.facebook.com/roblocci

Francesco Cogoni.