Intervista a Renato Marcialis

Renato Marcialis nasce a Venezia nel 1956 e da oltre 40 anni è specializzato nel settore eno-gastronomico. Nel 1971 inizia la grande avventura di un ancora inconsapevole artista dell’immagine.

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Comincio a lavorare in bottega dove ho l’occasione di osservare sul campo il lavoro di due fotografi specializzati in meeting aziendali e matrimoni della Milano bene, dove ville da sogno e pranzi da favola sono all’ordine del giorno. Dopo due anni cambio studio e vengo “promosso” stampatore da un fotografo specializzato in riprese industriali:  lampadari, giocattoli e articoli da regalo. Dopo sei mesi di quella vita relegato in camera oscura, a diciassette anni, mi sentivo pronto al grande passo, tanto che minacciai il titolare di dimettermi qualora non mi avesse consentito di fotografare in sala posa.

Nel frattempo mio fratello maggiore Riccardo, già art director affermato, iniziava una nuova avventura nella fotografia di gastronomia e nel 1976 mi propone una collaborazione che durerà ben dieci anni.

Successivamente decisi di aprire uno studio per conto mio e negli otto anni seguenti fotografai di tutto: dalla moda, al reportage, dallo still-life alle riprese industriali per capire quale sarebbe stato il mio settore in avvenire.

Nel 1992 abbandonai tutto per specializzarmi solo ed esclusivamente nella gastronomia.

Arrivarono allora i riconoscimenti pubblici: appare negli “inserti “ delle riviste specializzate, viene premiato a Venezia con i colleghi Oliviero Toscani e Vittorio Storaro e nello stesso anno vince anche la Golden Mamiya a Numana.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Principalmente il grande Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, dove la rivoluzione sta nel naturalismo della sua opera, espressa negli elementi dei suoi dipinti e nelle atmosfere, in cui la plasticità delle figure viene evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi dei soggetti ed essi escono improvvisamente dal buio della scena. Sono pochi i quadri nei quali il pittore lombardo dipinge lo sfondo, lasciato nettamente in secondo piano rispetto ai soggetti, i veri e soli protagonisti della sua opera. Per la realizzazione dei suoi dipinti, Caravaggio nel suo studio posizionava delle lanterne in punti specifici per far si che i modelli venissero illuminati solo in parte, mediante “luce radente”. Attraverso questo artificio, Caravaggio evidenziava le parti della scena che più riteneva interessanti lasciando il resto nell’oscurità.

E con l’ironia che spesso mi contraddistingue, ho voluto chiamare questa nuova avventura artistica “Caravaggio in cucina”. 

Perché Caravaggio in cucina?

Mi piace pensare con la fantasia che il Maestro trovandosi in un palazzo di un suo committente, nel girovagare tra saloni e corridoi , alla fine sbuchi in una immensa cucina dove un numero esasperato di ingredienti lo accolgano in bella vista.

E lui che fa con tutto questo ben di Dio ?

Li ritrae uno ad uno.

Cosa cerchi attraverso l’arte della fotografia?

Sperimento con la luce.

Qualche anno fa un cliente mi ha commissionato un lavoro per il quale ho creato una composizione di castagne, sgusciate, col riccio e con le foglie appena colte. La composizione di questi elementi era talmente particolare da indurmi a cercare un’illuminazione diversa dal solito. Inizialmente avevo pensato di fare filtrare la luce attraverso le fronde autunnali, per creare un gioco di ombre. Per questo decisi, quindi, di rispolverare un accessorio acquistato tanti anni prima e mai utilizzato: una luce con fibra ottica. Una lunga esposizione con questa luce vibrante hanno dato vita a una magia. Il risultato è stata una vera sorpresa, al di là di ogni mia aspettativa. 

Improvvisamente ho visto spalancarsi di fronte a me un mondo di possibilità. La luce pittorica esaltava il cibo in un modo completamente diverso rispetto ai risultati raggiunti fino a quel momento per cataloghi e ricettari. Potevo ottenere quei trapassi graduali tra chiari e scuri che solo un pittore fiammingo sarebbe stato capace di produrre.

Cosa puoi raccontarci sulla tua ricerca, a livello tecnico?

La composizione, l’attenzione alla luce e la cura dei dettagli sono indispensabili alla riuscita della foto. Di solito allestisco il set disponendo il cibo sopra a delle assi di legno logore, consumate dal sole e dalla pioggia, di un grigio neutro ideale per esaltare i colori dei soggetti in fase di ripresa. Talvolta utilizzo qualche accessorio, come un cesto di fil di ferro intrecciato o altri utensili, oggetti d’antiquariato che ho accumulato nel corso degli anni scoprendoli tra il ciarpame dei mercatini delle pulci. Una volta che la composizione è pronta e tutto è disposto a favore di macchina, oscuro l’ambiente dello studio, apro l’otturatore e con una lunga esposizione incomincio a cesellare con le mie pennellate di luce, create dal movimento della mano destra e fatta “vibrare” sulla composizione, illuminando dove ritengo più opportuno. Oriento la mia fonte luminosa così come Caravaggio posizionava delle lanterne in posti specifici per far sì che i modelli venissero illuminati solo in parte, mediante la luce radente. Attraverso questo artificio il pittore evidenziava le parti della scena che più riteneva interessanti, lasciando il resto immerso nel buio dell’ambiente.

…e riposto il pennello, disegnai con un raggio di luce, forme e colori, altresì nascosti da una incommensurabile oscurità.

Nulla di meglio di questa concisa frase, spiega la tecnica fotografica delle mie immagini. Il tipico pennello del pittore intriso di colori, in questo caso è sostituito da un ugual pennello dal quale al posto dei colori, scaturisce un raggio di luce con cui illumino, dove ritengo opportuno, i soggetti posizionati in una accurata composizione. 

Fin dall’inizio mi sono reso conto che queste fotografie necessitavano di un supporto adeguato, che fosse in grado di valorizzarle: così mi sono recato in diversi laboratori professionali finché non mi sono imbattuto in Fotorent, a Milano, dove mi hanno fatto conoscere la stampa su tela Canvas Fine Art prodotta dalla Epson e finalmente ho visto materializzarsi il risultato che desideravo.

Una volta eseguita la stampa, questa la tratto personalmente alla stregua di un pittore, con una vernice protettiva lasciando che le pennellate rimangano visibili all’occhio dello spettatore…che spesso crede di trovarsi di fronte a un quadro dipinto a olio.

Ogni opera è unica nel suo genere, grazie anche a questo gesto conclusivo che imprimo sulla stampa. L’ultimo passaggio è l’intelaiatura “artigianale” eseguita a vivo su un telaio di legno spesso 4 cm da un professionista del settore belle arti.

I soggetti sono tanti e diversi: si passa dalla bellissima pannocchia rossa, una categoria antica, al trionfo di pomodori (quelli veri, americani, importati da Cristoforo Colombo) fino al cavolo, al melograno…etc.

Li fotografo per immortalare frammenti di suggestiva bellezza e prolungare il piacere che da essi scaturisce e che mi piacerebbe trasferire a chi li osserva : un cibo da assaporare con gli occhi.

Siti:

https://www.facebook.com/caravaggioincucina/?ref=profile_intro_card

http://www.renato-marcialis.com

http://www.caravaggioincucina.it

Francesco Cogoni.

 

Precedente SCARTI DI GRAZIA ALLA GALLERIA SIOTTO Successivo Una riflessione al limite del senso

Un commento su “Intervista a Renato Marcialis

I commenti sono chiusi.