Intervista a Michele Cara

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Se nel concetto di arte possono essere ricomprese anche le attività che sin dai primi anni di vita vengono effettuate disegnando con semplici matite e pennarelli colorati, allora posso affermare con certezza che il mio percorso artistico è iniziato poco meno di cinquant’anni fa.

Ricordo che da bambino trascorrevo molte ore della giornata disegnando, mi piaceva rappresentare soprattutto auto, moto, barche, edifici visti sia dall’interno che dall’esterno.

Con gli studi tecnici, prima con la frequentazione dell’istituto per geometri e poi con il corso di laurea in ingegneria edile-architettura, il “disegno” artistico ha assunto una connotazione sempre più tecnica, ma negli ultimi vent’anni c’è stata una “fusione” tra disegno tecnico e rappresentazione artistica, con esiti che hanno portato al mio “matitismo”, dove geometrie ed architetture assumono spesso configurazioni legate più alla fantasia che alla realtà.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Direi che la mia formazione artistica non è riconducibile ad una precisa influenza di un artista o di un maestro. Da tutti ho imparato qualcosa ma ho sempre cercato un mio percorso personale, rispettoso delle “regole” tradizionali ma tendente comunque alla ricerca del “diverso”.

Ritengo che il mio lavoro sia contaminato in particolar modo da quelle espressioni artistiche contenenti evidenti geometrie, prospettive, viste tridimensionali, precisione e colori decisi.

Tali elementi stimolano la mia creatività, generando quasi istantaneamente la voglia di reinterpretare alla mia maniera quanto osservato nelle opere di altri artisti.

Cosa vuoi comunicare attraverso le tue matite?

Anche se può sembrare il contrario, non di rado le mie creazioni prendono vita in modo istintivo, direi persino impulsivo. Basta che nella mia mente si componga velocemente una determinata immagine per passare repentinamente alla tra posposizione della stessa in un pezzo di carta o in una tela.

Non so mai di preciso quali saranno le forme ed i colori definitivi.

Tutto ciò mi porta ad affermare che prima di tutto cerco di capire cosa l’opera tende a comunicarmi. Perché il lavoro iniziato possa essere da me portato a conclusione ho bisogno che lo stesso sia altamente stimolante.

Per rispondere alla domanda direi quindi che a priori non “voglio comunicare” ma cerco di decifrare ciò che la mia parte creativa ha prepotentemente voluto far emergere. In tale processo accade spesso che il messaggio della tela arrivi anche ad altre persone, magari in maniera più chiara rispetto a me, e ciò mi fa provare grande soddisfazione.

Mi piace però evidenziare il fatto che paradossalmente, avendo un solo oggetto da rappresentare ( la matita), la fantasia e la creatività sembrano amplificati, un po’ come i bimbi che con pochi giochi riescono a trovare soluzioni interessanti e che invece con tanti balocchi a disposizione provano noia (preciso che comunque la noia ha un grande valore per l’equilibrio personale)

C’è una parte della tua ricerca a cui tieni in particolare?

Non riesco ad individuare una o più opere a cui sono particolarmente legato.

Ciò ritengo dipenda dal fatto che ciclicamente tendo a rappresentare composizioni, direi anche “soluzioni”, già sperimentate ma da reinterpretare magari con l’introduzione di variazioni di colore, forme e relazioni tra le parti.

Ci sono periodi dove la complessità delle forme mi attrae particolarmente, altri in cui semplicità e “silenzio” sono ingredienti necessari per trovare un equilibrio. Capita così che a forme rigide si avvicendano elementi curvi e flessibili, che molteplici colori lascino spazio a poche cromie, così come pure corpi voluminosi e “pesanti” vengano sostituiti da figure somiglianti agli “origami”. Nelle diverse fasi si alternano spesso rappresentazioni tendenti al figurativo con semplici aggregazioni di matite con un certo messaggio concettuale.

In definitiva, per quanto mi riguarda, tutto cambia ma il vincolo delle matite rimane, e forse ciò mi consente paradossalmente di essere “libero” di rappresentare ciò che il mio pensiero mutante mi suggerisce.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Il mercato per definizione è una forma di scambio. Al netto della parte economica che mi viene riconosciuta quando vendo una mia opera, ciò che maggiormente mi appaga è la relazione sociale che si viene a creare con chi decide di ospitare nella propria abitazione una composizione delle mie matite.

Direi quindi che del “mercato” la parte che più mi interessa, e che mi fornisce gli stimoli giusti per confezionare nuove creazioni, è quella riguardante lo “scambio” di rapporti sociali e culturali che, non di rado, si consolida in preziose forme di conoscenza e di amicizia.

La componente economica del mercato, pur meritando la giusta considerazione, perché mi consente di dare continuità alla stessa attività artistica ( gestione degli spazi espositivi, partecipazioni a concorsi, acquisto del materiale di consumo) per quanto mi riguarda ha una rilevanza secondaria. Certamente non mi piace quel tipo di mercato secondo cui un’opera diventa semplicemente un “numero” prodotto secondo dinamiche legate alla quantità e non alla qualità.

Per concludere, quello che di prezioso mi rimane dopo una vendita è la storia che l’ha accompagnata, la nuova conoscenza che ho potuto fare, i soldi ben presto spariscono non lasciando tracce degne di essere raccontate.

Cosa consiglieresti ad un giovane che vorrebbe vivere d’arte?

Così come risulta difficile dare una chiara e precisa definizione del termine Arte, parallelamente penso non sia possibile suggerire la “giusta ricetta” per vivere d’arte. I fattori in gioco sono molteplici , tra cui il proprio carattere, le conoscenze personali, il contesto in cui si vive e si lavora nonché il verificarsi delle giuste coincidenze .

Tuttavia, in maniera forse anacronistica, ritengo che comunque un’opera ben realizzata, eseguita con vera passione, curata nei dettagli, se possibile rappresentativa di un linguaggio personale, rappresenti una base solida per chi vuole cercare di vivere con il ricavato dalle vendite delle proprie opere.

Penso che nessun artista possa a priori decidere di vivere d’arte, o meglio possa avere certezza che le “vendite” garantiscano un certo sostegno economico, penso invece che una vera passione ed un forte impegno possano dar vita ad opere che, in determinati periodi, rendano il percorso artistico totalizzante .

 

Potete trovare l’artista nella sua bottega a Cagliari in via Portoscalas 59

mail : [email protected]

cell. 3383040391

Pagina instagram: https://www.instagram.com/matitismo/

Sito: https://www.michelecara.it/

Francesco Cogoni.