Intervista a Massimiliano Alioto


1)Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Ho sempre disegnato fin da piccolo, avevo 3 anni e lo facevo tutti i giorni, oggi ne ho 50 e non ho mai smesso. La via naturale fu frequentare il liceo artistico e poi l’Accademia di belle Arti a Firenze. È diventato un lavoro senza accorgermene.
2)Quali persone, situazioni o artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Durante il liceo studiando storia dell’Arte mi appassionai al Rinascimento e per questo scelsi l’Accademia di Firenze per approfondire e sempre in quel periodo scoprii la pittura ritrattistica e paesaggistica dell’ottocento. Ho iniziato a vedere le grandi mostre tra Roma, Firenze e Milano. Dopo le scuole la mia impronta figurativa scomparve e divenne più informale, volevo allontanarmi dalla tecnica e iniziare a sperimentare, ricordo i primi paesaggi informali che erano delle reinterpretazioni dei paesaggi di De Nittis con uno sguardo a Schifano del quale feci la tesi. Poi il mio percorso artistico maturando mi ha ricondotto sulla strada della figurazione.

 3)Ho notato una forte critica al modello sociale costituito, come vedi la società in cui viviamo?
Non riesco a rimanere indifferente al mondo che mi circonda, alla politica, alla cronaca e agli stravolgimenti sociali, l’arte e la cultura dovrebbero favorire l’intelletto e aprire le menti ma oggi come ieri sono al servizio del potere. Tra i vari temi che affronto spesso ho un approccio critico al sistema, talvolta con atteggiamento introspettivo romantico, altre con sberleffo, altre ancora con visioni sul futuro. Posso fare degli esempi chiave, nel 2002 ho iniziato una serie dal titolo “paesaggi transgenici” finito nella collezione Rex Built-in con catalogo a cura di Maurizio Sciaccaluga, osservavo un paesaggio nuovo. Quando l’uomo gioca a fare Dio con la genetica, come sarebbe apparso il nuovo paesaggio? Erano quadri molto informali e nel 2014 ho ripreso l’argomento in maniera più figurativa con la mostra “Transnatural” a cura di Luca Beatrice, l’argomento mi spaventa, l’uomo mi spaventa e più ho paura e più tento di combattere dipingendo. Si questa società mi dà un gran da fare. Altra situazione per combattere è stato quando fui invitato alla 55. Biennale di Venezia al padiglione Arabo Siriano dove colsi l’occasione per proporre un istallazione di novanta dipinti sul tema della corruzione umana.
Un altro progetto che mi tiene impegnato dal 2005 critico sul modello sociale è “Decadence”, ogni anno ne dipingo dove la natura vince sulla decadenza umana.
4)Mi piacerebbe approfondire sul tuo rapporto con la libertà espressiva, siamo un mondo libero?
È una domanda delicata, in realtà la libertà espressiva c’è ma è più forte il mobbing, mi spiego meglio, ovviamente parlo di quanto accaduto a me ma che capita a chi va contro il pensiero unico: durante il primo anno di “pandemia” ho costruito un progetto di 30 tele dal titolo #trappulp, molto critico appunto del modello sociale che viene fuori da questi anni assurdi, irriverente e ironico, dovevo esporlo presso palazzo Ducale di Presicce, era tutto pronto, sponsor, catalogo e comunicazione, tutto per agosto 2021, poi la doccia fredda del green pass e per come sono fatto io decisi di annullare la mostra perché non avevo nessuna intenzione di discriminare nessuno, perché l’arte non è discriminazione ma inclusione. Questa mia decisione ha fatto scatenare l’ira della gente che ha letto la notizia sulla rivista “finestre sull’arte”, mi hanno augurato la morte fisica e artistica, per fortuna ho avuto anche tantissimi attestati di stima e solidarietà che mi hanno molto confortato e incoraggiato. Ma tornando alla libertà espressiva, questa mia protesta mi ha portato a subire mobbing lavorativo, le gallerie con cui ho collaborato mi hanno girato le spalle tranne una che rappresenta il mio storico mercante, M77gallery di Milano grazie al quale sto superando questo periodo tremendo. Mobbing dagli artisti con cui ho sempre esposto e soprattutto dai critici che hanno tentato anche di cavalcare l’onda mediatica che mi ha travolto per additarmi volgarmente e farsi pubblicità. Dunque posso rispondere che siamo liberi ma a caro prezzo.
5) Qual è il tuo rapporto con il mercato? che possibilità ci sono di emergere per un giovane artista?
Anche questa è una domanda delicata, ho avuto più volte l’occasione di avere un mercato più florido ma ho preferito seguire la mia natura di pittore libero e poliedrico. Certo i miei quadri non costano poco, ne faccio una quarantina l’anno e il prezzo tutto sommato è giustificato dal lavoro di squadra tra mercante, venditori, magazzino case editrici e spazi espositivi, e direi che con tutto quello che muove un solo quadro sono tra quelli che costano meno.  Si potrebbe poi aprire un mondo su quello che c’è dietro un certo tipo di collezionismo speculativo e case d’aste che distruggono le carriere di molti artisti ma mi fermo qui perché ho già troppi nemici.
Oggi ci sono più possibilità per i giovani artisti di emergere, oltre ad esserci tante nuove gallerie c’è l’auto promozione sui canali social, vent’anni fa non c’erano e se non comparivi sulle riviste d’arte difficilmente riuscivi a campare d’arte, da questo punto di vista sono stato fortunato.
6)Cosa consiglieresti ad un giovane che vorrebbe vivere di arte?
Consigli ai giovani artisti non mi sento di darne se non quello di percorrere la strada dettata dalla autenticità e credere sempre in se stessi perché ci sarà sempre una parete bianca pronta ad accogliere una buona visione.
Ti allego il link di Rai cultura che mi ha dedicato un documentario in occasione della mia ultima mostra del 2017 presso il museo Andersen di Roma dal titolo Ghost’s? A cura di Gabriele Simongini, De Luca Editore.
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Francesco Cogoni.