Intervista a Marco Bettio

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Credo che se da un lato possa dirsi qualche cosa di presente da sempre, dall’altro un
percorso artistico rinasce di continuo, vivendo principalmente nella messa in discussione,
proprio come molto di quanto ci caratterizza.

Dal punto di vista formativo invece, ho frequentato il liceo artistico a Padova e poi alcuni anni di accademia, stupidamente senza finirla. Già allora posso dire che l’incontro con disegno e pittura hanno rappresentato per
me un centro importante. Era perlopiù una pratica condivisa, legata ad amicizie, di gruppo, praticata in case o centri sociali, ma era già allora una pratica capace di farmi intuire cose e ricreare equilibri, quindi molto solitaria.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Sicuramente la persona che più influenza il mio lavoro è la mia compagna, pittrice anche
lei.
Vivendo e lavorando a stretto contatto posso dire che esiste un flusso continuo di riflessione, dialogo, confronto nel quale io, Sarah (Ledda), il mio e il suo lavoro tendono a contaminarsi, mantenendo la propria voce e il proprio sguardo.
Sono poi certamente moltissime e continuano a essere molte le persone importanti che influenzano arricchendo il mio lavoro.

Il primo è stato sicuramente mio padre, amante dell’arte e della pittura al quale devo la familiarità con la storia dell’arte, seguito da mia madre che da subito ha capito che quello del liceo artistico poteva essere il mio rifugium
peccatoribus.
I libri poi, la storia dell’arte e le biografie, sono stati e continuano a essere importantissimi compagni di strada, maestri spesso cattivi ma forse fondamentali anche per questo.
Gli artisti sono sempre stati per me i maestri più importanti, siano compagni di strada o figure semi-mitiche conosciute sui libri. Lo sguardo di un pittore sul lavoro di un altro rappresenta sempre e comunque una lezione importante andando a creare una sorta di patrimonio comune, qualcosa di simile a quel concetto di inconscio collettivo caro a Jung.
Di conseguenza tutto ciò che riguarda o amplifica queste dinamiche rappresenta un elemento vitale per me, sia questo una inaugurazione, un incontro o una residenza artistica.

Una esperienza importante in questo senso è stata per me quella di “Selvatico”, un progetto pubblico creato nel ravennate da Massimiliano Fabbri che ha visto passare nelle 14 edizioni moltissima della migliore pittura e arte italiana e non solo, documentata di anno in anno in importanti libri.
Sarebbe sciocco infine non considerare l’importanza che hanno figure come il critico e il curatore, i più indicati nell’esprimere in modo oggettivo una lettura del lavoro e nel formalizzare l’opera all’interno di una esposizione, nonché quella del gallerista, figura fondamentale della quale questi tempi hanno evidenziato ulteriormente l’importanza.

Cosa cerchi attraverso la pittura?

Difficile per molti motivi rispondere a questa domanda.
Direi questo: la pittura, la mia pittura, ovvero la pratica che conduce all’opera, rappresenta una sorta di specchio, di doppio ormai diventato tutt’uno con me. Cosa cerco quindi, è strettamente legato alla complessità del bisogno. Sostanzialmente sono convinto che “la pratica quotidiana della pittura” rappresenti per me uno strumento e non un fine. Nel dipingere non sono particolarmente interessato alla Pittura per quanto riguarda il linguaggio in sé come ricerca, né attingo alla sua storia (storia indissolubilmente legata alla storia dell’uomo, alla nascita del linguaggio e dunque di relazioni complesse, come descrive molto bene J. Berger).

Forse posso dire che quello che cerco nella pittura è la mia relazione con l’altro, relazione che di conseguenza apre a molti ambiti differenti e questo si traduce nel lavorare contemporaneamente in ambiti pittorici differenti e non in un
unico corpus di opere. Ambiti strettamente legati a memoria, desiderio e al politico. Tre cicli che sono formalizzati pittoricamente nei tre generi canonici della pittura e rispettivamente: in una forma piuttosto libera dal punto di vista iconografico e fisico per quanto riguarda il paesaggio (memoria), una particolare forma di natura morta (Desiderio),
e infine il ritratto mediante uno studio che ha come soggetto d’indagine l’animale e non l’uomo.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

La parte del lavoro legata all’animale, è senza dubbio la più impegnativa da un punto di vista tecnico e quella che mi coinvolge maggiormente per quanto riguarda la ricerca e il dipingere.

L’animale ha rappresentato il primo soggetto della pittura, probabilmente il suo sangue è stato il primo pigmento utilizzato, un essere vivente che per giunta ha avuto inizialmente per l’uomo un ruolo magico, quello del messaggero, e rituale, nel suo sacrificio. Tutto questo apre a una serie di riflessioni molto ampie.
Da un lato tutto ciò che ha a che fare con la pittura e la pratica del dipingere, dall’altra, una
volta che il dipinto è terminato, con tutto ciò che questo riesce a trasmettermi e a dirmi (o meno, l’opera non rappresenta sempre una epifania).
Come molti pittori parto dalla ricerca del soggetto, e trascorro poi una lunga fase di elaborazione al computer, importante per comprendere e delineare composizione, pesi,
dimensioni. Solo una volta ultimata mi metto al cavalletto, dove entrano in gioco gli artifici della pittura e le sue difficoltà.

Dipingere uno di questi soggetti è entrare in stretta relazione con quella che per me è l’essenza stessa del dipingere, qualcosa che ricerco sempre ma che in questi soggetti risulta amplificata. E’ presente tutto ciò che trovo
affascinante dipingere: le parti del muso, in cui è proprio il colore a creare volumi ed espressioni, parti più ariose, la pelliccia, dove spesso il gesto crea più del colore.

Infine lo scintillio e lo splendore delle tinte, che ritrovi nei riflessi dello sguardo, oppure, quando l’uomo entra in relazione con l’animale cercando di antropizzarlo attraverso la caricatura
terribile del costume, nelle sete e nelle plastiche che diventano panneggi da circo. Il tutto va a dialogare con un colore che è spazio, atmosfera, ed è la somma dei pigmenti utilizzati per dipingere il soggetto. Lo sfondo.
Quando la pittura e l’immagine funzionano ciò che mi ritorna è ciò che da oltre vent’anni mi porta a continuare questa pratica. Il labirinto. Quel perdersi tra colore fisico e immagine, tutto che muta continuamente in modo fluido, pronto a perdersi per sempre, ma capace di ricreare e restituire immagini, connessioni, pensieri che sono per me la poesia più
straordinaria.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Il mio rapporto col mercato, come per moltissimi artisti oggi, si divide tra relazione diretta col collezionista e relazione mediata dalla galleria.
Credo sia ormai molto evidente come questo ultimo anno ha spinto molti collezionisti, complice la chiusura delle gallerie e l’annullamento delle fiere, a cercare direttamente gli artisti. La presenza sui social network, Instagram in particolare, ha reso possibile il contatto diretto, aiutando noi in un momento obiettivamente molto difficile che ci ha scoperto totalmente privi di aiuti e ammortizzatori sociali da parte dello stato, e dando loro la possibilità di acquistare in modo vantaggioso.

Perfetto, quindi? No, per niente.

Il ruolo della galleria, oggi più chiaro che mai, secondo me, si basa su molteplici fattori
importantissimi. Quando dipingo una tela che va direttamente in collezione appropriandosi
di un muro, questa diventa un fantasma, e io con lei.

Solo una galleria, mediante la presenza sul mercato, (mostre, fiere, cataloghi) è in grado di darci la possibilità di esistere
realmente, di essere promossi, conosciuti, di crescere insomma.

Per questo continuo a ritenere fondamentale per me la relazione con le gallerie che si occupano del mio lavoro.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Oggi, già nelle accademie uno studente che intenda provare a giocarsela ha a disposizione strumenti fondamentali.

Potrei aggiungere, allo studio (teorico e pratico) e a una totale dedizione in ciò che si fa, qualcosa sul fuori dallo studio. Ritengo importantissimo il visitare più mostre possibile, il conoscere più artisti possibile, ascoltare e parlare, essere presenti e aperti a mettere tutto in discussione, e soprattutto, dopo aver appreso perfettamente l’inglese, fare un salto, e considerare l’Europa la città dove si vive e il mondo il proprio Paese.
Infine, ritengo che anche la lettura di queste interviste possa essere utile per capire o intuire quelle cose che solo il tempo potrà fare sedimentare.

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Francesco Cogoni.