Intervista a Karim Galici

Ricordi il primo momento in cui è nata la tua passione per il teatro?
  • Si, ero a Montevecchio nel ‘97 per un laboratorio teatrale che oggi chiameremmo residenza creativa. Tanti artisti di generazioni diverse che in quel paese abbandonato erano diventati una sorta di nuova comunità con il piacere di scambiarsi saperi e creare qualcosa di nuovo. Mi sono innamorato del lavoro di squadra che diventa gruppo, della ricerca del bello che diventa significante, delteatro e soprattutto delle sue potenzialità che lo rendono sempre qualcosa di unico e irripetibile.

 

Quali persone, situazioni o artisti teatrali hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
  • In quel di Montevecchio c’era un’attrice regista algerina, Fadela Assous, che per me è stata fondamentale nel capire la dedizione che serve mettere nel lavoro teatrale a qualsiasi livello si faccia. È come se in quelle settimane mi avesse trasmesso una fede, più che una passione. Poi ho avuto maestri che hanno cercato di darmi tecnica e disciplina quando nel mio animo anarcoide ero molto più indirizzato verso genio e sregolatezza. Uno dei primi è stato Mario Faticoni con la sua scuola del Teatro dell’Arco. E poi sono arrivati gli studi al DAMS di Roma, con una grande fascinazione per le avanguardie del ‘900. Volevo assolutamente lavorare con The Living Theatre e ci sono riuscito. Volevo portare quel rapporto diretto tra attore e spettatore in una forma nuova e così sono nati gli spettacoli che la critica definiva “teatro sensoriale”. Prima con il Teatro delle Apparizioni, poi con la mia compagnia Impatto Teatro (entrambe formate all’interno dell’Università) ho potuto sperimentare nuovi linguaggi che tutt’ora fanno parte della poeticache porto avanti. Ma nella mia formazione sono stati sicuramente importanti  anche alcuni spettacoli visti – o meglio vissuti – da spettatore. Il più importante credo sia stato “Oracoli” del Teatro de los Sentidos nel 2001. Una sorta di spartiacque tra il vecchio e il nuovo, un percorso esperienziale che era come la dimostrazione tra quello potevo fare e quello che volevo fare.

 

Cosa vuoi esprimere principalmente attraverso il teatro?
  • Difficile darti un’unica risposta, se non l’universo umano. Nei miei spettacoli si creano sempre dei viaggi interiori. Le tematiche ed i contenuti sono più una cornice e lascio che il quadro si dipinga insieme agli spettatori.

Vorrei approfondire sulla compagnia impatto teatro e sul teatro sensoriale!
  • Impatto Teatro nasce nel 2002 come iniziativa studentesca all’interno dell’Università di Roma Tre. Si è partiti da un laboratorio per la creazione dello spettacolo “Gabbie Invisibili”: una mia drammaturgia sensoriale ispirata all’Amleto di Shakespeare in cui gli spettatori attraverso dei percorsi potevano stare al banchetto nuziale di Re Claudio e abbuffarsi di cibo o diventare attori della compagnia assoldata da Amleto per smascherare il patrigno assassino. A ripensarci, è stato una sorta di manifesto con tutte le linee poetiche che stiamo portando avanti da vent’anni: un teatro avvolgente con gli spettatori immersi nellascena in tutti i sensi, scene d’impatto che stupiscono senza intrattenere, emozioni forti in un’esperienza che va oltre la visione e la partecipazione attiva degli spettatori in maniera fluida e dinamica.

Qual’è il tuo rapporto con i teatri e le compagnie? Che possibilità ci sono per un giovane nel vasto mondo del teatro?

  • Direi che con gli altri gruppi teatrali c’è un rapporto di rispetto nella diversità. Io, ad esempio, non faccio spettacoli da palcoscenico perché amo lavorare in maniera site specific nei luoghi non convenzionali, ma ho stima di chi fa bene anche altri generi seguendo la tradizione. Con alcune compagnie ci sono anche delle collaborazioni in atto, come nel caso di Abaco Teatro in cui stiamo sviluppando progettualità comuni pur avendo poetiche diverse. Quest’anno, ad esempio, abbiamo organizzato insieme il MArteLive Sardegna che – come contest a livello europeo – fa parte delle possibilità di emergere che può avere un giovane artista di teatro (e non solo).

 

Cosa consiglieresti ad un teatrante, sia esso autore o attore, che vorrebbe vivere di quest’arte?

  • Consiglierei di fare tante esperienze, nel campo teatrale e nella vita. Partire fuori, andare all’estero, non aver paura di superare il mare e di lasciare tutto. Si può sempre tornare, ma è importante fare il proprio percorso e andare a trovare il proprio “tesoro nascosto”.

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Francesco Cogoni.