Intervista a Jacopo Dimastrogiovanni

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

La mia attività nasce innanzitutto come esigenza personale, personalissima anzi.

Impulso irrefrenabile che, fin dalla prima adolescenza, ho avuto bisogno di manifestare e sviluppare per non “esplodere”.

In questo senso l’Arte è stata – ed è tuttora – estremamente terapeutica per me.

Per anni quindi ho lavorato e dipinto esclusivamente per me stesso.

Solo in un secondo momento ho avvertito il desiderio – per certi versi, quasi, la necessità – di “uscire allo scoperto” e condividere ciò che facevo.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

In generale, sono profondamente influenzato dalla pittura antica, soprattutto da quella barocca, che studio e colleziono.

Può sembrare una frase fatta, ma considero davvero imprescindibile la conoscenza del passato per poter essere anche oggi un buon artista.

Tra i contemporanei, ammiro enormemente l’opera di Lucian Freud, nonché il lavoro di quei pittori che sanno accostarsi con sensibilità ed intelligenza all’arte del passato, primi fra tutti Odd Nerdrum, Safet Zac e Nicola Samorì.

Cosa cerchi in arte?

Attraverso la pittura intendo sviluppare una riflessione sull’Uomo, al fine di indagare le ragioni e gli effetti delle inquietudini che lo caratterizzano e ne travagliano la natura stessa.

Come dicevo prima, questa ricerca nasce innanzitutto come riflessione personale, che cerca poi di estendersi e di coinvolgere anche coloro che impattano con la mia opera.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Vorrei spendere qualche parola per il progetto “Iniuria”, nato come intima reazione al clamoroso furto di 17 dipinti antichi dalle collezioni del Museo di Castelvecchio a Verona, effettuato da un commando armato la sera del 19 novembre 2015.

Le opere, fortunatamente ritrovate nel maggio dell’anno successivo nella regione di Odessa, in Ucraina, sarebbero rientrate in Italia soltanto diversi mesi dopo, a seguito di lunghe e delicate trattative diplomatiche.

La serie di dipinti rubati – comprendenti, tra gli altri, capolavori di Mantegna, Pisanello, Rubens e Tintoretto – costituisce un nucleo di imprescindibile importanza storica e artistica all’interno del museo veronese e ha quindi reso l’episodio ancora più grave e lesivo per la dignità stessa del patrimonio culturale in primis di Castelvecchio ma, certamente, anche di quello italiano in senso più ampio.

La riflessione che ho cercato di sviluppare è partita proprio da questo “trauma”, da questa ingiuria subita (da cui il titolo del progetto).

Attraverso una feroce deformazione dell’iconografia dei capolavori rubati, i miei lavori provano allora a farsi testimonianza dello sfregio patito, da intendersi sia come danno all’oggetto in sé, sia – e ancor più – come oltraggio all’aura iconica e al valore di testimonianza culturale che quelle opere indiscutibilmente posseggono. In questi senso, i telai vuoti che talvolta ho affiancato ai dipinti vogliono quindi apparire quale segno tangibile non soltanto dell’assenza fisica delle opere – legata all’atto stesso del furto – ma anche dell’impossibilità di recuperare qualcosa, di più profondo, andato perso per sempre.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Mi hanno spesso detto – e per certi versi ne vado fiero – di essere un artista che non cerca a tutti i costi il consenso dello spettatore.

Mi rendo conto che talvolta le immagini e (forse ancor più) il tipo di riflessione che propongo possano non risultare facilmente digeribili. Ciò ha fatto sì che, paradossalmente, nel tempo abbia avuto maggiori riconoscimenti dalla “critica” che non dal mercato. Detto questo, per fortuna mia, ci sono alcuni collezionisti che cercano il mio lavoro.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Sicuramente di avere dedizione e pazienza.

Se uno crede in quello che sta facendo, allora deve essere determinato e continuare per la sua strada. Non sarà, probabilmente, un percorso facile; o, almeno, per me non sempre lo è stato.

Sarà sempre necessario saper ascoltare critiche e suggerimenti, avendo la capacità – ahimè, alquanto rara in molti artisti contemporanei – di restare semplici ed umili.

L’artista è di per sé un mestiere “dinamico”, sempre in evoluzione e sempre in movimento.

E’ fondamentale quindi cercare in continuazione nuove esperienze, senza fermarsi troppo nel proprio “orticello”, mantenendo al contempo elasticità mentale e capacità di assorbimento: credo che per un artista il detto “non si finisce mai di imparare” sia costantemente valido ed attuale.

Sito: http://www.jacopodimastrogiovanni.it

Francesco Cogoni.

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