Intervista a Giusy Calia

 Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Il mio percorso artistico nasce molto tempo fa. Ho sempre amato fare fotografia. Ho scoperto la camera oscura da giovanissima, e ho iniziato a fotografare il mondo che mi circondava in modo sempre più assiduo. Sentivo che la realtà poteva essere rappresentata dalle immagini, e che anche la mia parte irrazionale poteva avere un posto, tradotta dalle foto.
È stato Leonardo Boscani a vedere i miei lavori, a casa di un’amica comune e a propormi la mia prima mostra a Su Palatu, lo spazio di Salvatore Ligios, insieme all’associazione Marco Magnani, di cui Leonardo faceva parte. Ho esposto i miei primi lavori, le Ofelie, è stato molto molto emozionante.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?
Ho sempre amato la storia dell’arte sin da piccola. Ho guardato tante immagini, tanta fotografia, tanta pittura. Ma Julia Margaret Cameron, la fotografa dei preraffaelliti, rimane la mia grande passione. Avevo 14 anni, quando mi sono imbattuta in lei, in una fiera di libri. Il suo catalogo, giaceva in fondo a pile impolverate. Amore a prima vista. I suoi ritratti, i suoi fuori fuoco, il suo stile inconfondibile, mi hanno conquistato in modo potente… 
Amo molto la pittura dei preraffaelliti, ma anche quella surreale.
Mi piace tantissimo chi va oltre il proprio mondo e apre delle porte e degli spazi. Oltre quel limite, oltre le proprie barriere. La bellezza di Julia Margaret Cameron, è che sa fotografare l’anima. Una delle cose più rare. 
Cosa cerchi attraverso la fotografia?
L’espressione della mia psiche. Cerco di sbrogliare il filo rosso del labirinto, in cui mi trovo ad essere Arianna, Teseo e il Minotauro. La complessità di una persona, non è facilmente rappresentabile. Cerco di indagare le mie ombre e le mie luci, le mie visioni, che visitano i miei sogni.
Non conosco sosta.
Vado per grandi temi, come per i grandi sogni che abitano le mie visioni. Tutto diventa luogo psichico rappresentabile. Come dice il grande James Hillman, la psiche non è dentro di noi, ma fuori. Ed ecco che vado alla ricerca di alcuni luoghi che possono metaforicamente aderire alla rappresentazione della mia psiche. Possono tradurre immagini, sensazioni, stati d’animo.
Sono costantemente alla ricerca di vita. 
C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?
Le mie ultime immagini.
Ho passato anni, a ricercare cose che trovavo lontane e distanti da me.
Mi sono per un po’ di tempo, allontanata dalla mia visione, lasciando indietro le parti sognanti.
Ho indagato una realtà dura, di un corpo esposto, ma la mia parte visionaria, premeva e voleva farsi sentire.
Ho compreso molto bene che sono nata, per esprimere mondi invisibili, per aprire varchi con immagini che apparentemente sembrano sogni.
Mi sono riappropriata della leggerezza e della gioia di fare immagini, grazie all’incontro con una donna che si è prestata alle foto, con gioia e naturalezza. Marta Guarino Amato, mi ha introdotto e riportato al mio mondo onirico, allo spazio della vita, dove le cose accadono e sono leggere. La nostra prima sessione fotografica, al lago, è stata una gioia e tutto si è svolto con una tale leggerezza, che ho dimenticato che stessi fotografando. Stavo vivendo nelle mie immagini, non più da sola, ma con una persona che le comprendeva e le condivideva nella gioia. 
Qual è il tuo rapporto con il mercato?
Le mie immagini sono state acquistate dai dei galleristi e da uno dei più grandi collezionisti di foto in Italia, Mario Trevisan. Sono momenti duri, per l’arte e per il mercato. Spero in una ripresa possibile. 
Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?
Avere una passione è una cosa che ti tiene in vita. Bisogna stringere i denti, perché delle volte non si può vivere di sola arte. Eppure chi ha in testa un obiettivo, dovrebbe perseguire il proprio ideale. La vita è fatta di compromessi. Ma l’arte richiede una grande schiettezza.
La passione non si compra. O c’è o no. 
Mi piacerebbe poter dire Vissi d’arte, Vissi d’Amore… Sono le cose per cui sono al mondo. 
Francesco Cogoni.