Intervista a Gà

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Per me è difficile distinguere un inizio, una data precisa, è difficile dividere la mia ossessione infantile per il disegno da quando ho iniziato a frequentare i corsi di teatro dal primo anno del mio liceo. Forse però è stato quando avevo sedici anni e ho deciso che avrei finito il linguistico per poi andare a studiare al DAMS di Bologna e che nel mentre mi sarei iscritto a quanti più corsi di teatro avrei potuto frequentare. Così poi ho fatto nell’effettivo.

Nel 2007 avevo ventuno anni e ho debuttato come attore professionista, pagato per il proprio lavoro, è un dato burocratico, la formazione c’è stata prima, durante ed è continuata e continua tuttora, credo che questo insieme di dati componga un percorso artistico. Per quanto riguarda il come: avevo semplicemente bisogno di esprimermi, ho iniziato quindi a cercare il modo. Ho trovato più di un modo. Altri modi e linguaggi li cerco tuttora.

Quali artisti e episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Troppi e nessuno. Credo ogni artista sia influenzato da una marea di fattori, da maestri, da altri artisti, dalla vita. La mia storia personale è stata un ammasso di disastri familiari, relazionali, affettivi e alcune altre cose, anche da quello nascono influenze.

Ho tratto molta ispirazione dalle persone, dai miei colleghi, dai registi che mi hanno diretto e dai miei allievi nei corsi di teatro in cui ho insegnato. Imparo molto dagli altri, non smetto mai di fare lo studente, ma non sono un “secchione” anzi sono molto selettivo, vado verso le cose che mi attraggono spontaneamente.

Ho visto qualche film di Pasolini, non tutti, non m’interessa vederli tutti, come non m’interessa leggere in lingua originale l’opera omnia di Shakespeare. Abramovic, Lynch, Hirst, Pavlensky, Fabre, Baush, Waltz, von Trier, tanti altri, mille altri e va bene, potenzialmente mi lascio influenzare da tutto, ma sono soprattutto interessato a cosa posso provare e sperimentare io di persona, meglio se sulla mia pelle.

Letteralmente sulla pelle.

Cosa cerchi di esprimere attraverso le tue performance?

Se dovessi esprimerlo in tre parole direi me stesso, direi “Dubbio” e direi contraddizione. Soprattutto le contraddizioni interne al singolo e alla società, ma è un discorso generale, ogni performance così come ogni spettacolo, ha la sua storia. Non appena ho l’esigenza di esprimere qualcosa finisco nell’arco di qualche mese o di uno o due anni per metterlo sulla scena.

Ci sono, degli argomenti a cui sono più legato. Esplorare le dinamiche delle relazioni umane è forse quello più ricorrente, in generale cerco di esprimere un caos interiore, ma del tutto armonico che sento di provare e che vorrei mostrare agli altri, cerco di esprimere qualcosa che mi piace chiamare “ombra” nel senso di fragilità, di accettazione delle proprie pulsioni, dei propri difetti, del proprio essere creature bisognose, giustamente imperfette, caotiche in un sinfonico equilibrio. A volte questo può tradursi in ribellione, nell’andare contro il quieto vivere, rinunciare a quel dover piacere per forza al pubblico.

Mi scopro spesso a evitare di raccontare tutto quello che so, mi trovo spesso a cercare di raccontare tutto quello che sono.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Devo proprio mettermi a scegliere, quindi parlerei della parte attuale. Ultimamente ho potuto approfondire il linguaggio dell’arte performativa, non più come suggestione, come immagine estetica, come turbamento, ma come azione essenziale.

Attualmente l’obiettivo è “scartare”. Passo il tempo a scartare le cose che ho già fatto, le cose che ho già sperimentato o quelle che mi sembrano poco attuali, poco utili, non è semplice, anche perché spesso mi vengono richiesti passi indietro per approfondire dei discorsi e io invece vorrei sempre scoprire, avventurarmi e occuparmi di qualcos’altro.

Sto cercando di mettere insieme i linguaggi simbolici che ho collezionato nel tempo, soprattutto la parola, il corpo e la musicalità e di metterli insieme in modo più equilibrato ed efficace. Sto cercando di mettermi nella condizione di provare io per primo delle sensazioni e delle situazioni complesse, di dilatare i tempi delle performance, di sfidare determinati tabù sociali o resistente emotive e fisiche e se tutto questo diventa vero per me lo diventa anche per chi viene a vedermi, ne sono praticamente convinto.

Che possibilità ci sono di emergere e poter vivere di teatro?

Dipende da che tipo di persona sei e da che tipo di lavoratore sei.  Io sono partito da una situazione economica e personale raggelante, ho sempre dovuto lottare e scontrarmi con la realtà per poter fare le cose che volevo. Ho notato che situazioni di difficoltà spesso sono motivanti per le persone e che purtroppo a volte chi ha più mezzi finisce per avere meno volontà. Non sempre, ma bisogna tenerne conto. Si può vivere della propria arte se la si rispetta, se ci si crede e ci si lavora, se la si mette al primo posto tra i propri valori e allora si può essere sicuri di raccogliere dei frutti.

Emergere? A parte quel pizzico di fortuna che non guasta mai, emergere è un fatto di personalità, se ti occupi della tua persona, ti confronti con te stesso, se sei schietto nelle cose che hai da dire, apprezzato o meno, il tuo pensiero emergerà, si farà strada, segnerà qualcuno, non necessariamente il mondo, non sei Freddie Mercury, ma lasciare un segno in qualcuno, in una manciata di persone o in poche persone a cui desideri arrivare, per me è tutto, ragiono così.

Cosa consiglieresti ad un performer che vorrebbe vivere di quest’arte?

Quando l’arte diventa un lavoro assume le stesse caratteristiche di qualsiasi occupazione: devi essere preparato, devi amare ciò che fai e sapere come farlo, devi imparare dai tuoi errori, non devi smettere di compierne, se smetti di compiere errori, probabilmente sei statico, sei fermo, l’evoluzione è necessaria nel campo artistico, sempre.

Qualsiasi siano le condizioni in cui operi, devi essere coraggioso, la tentazione di abbandonare, di adagiarsi o di dipendere dalle idee di altri o dai compromessi con gli altri sarà sempre molto forte, ma sarà sempre da evitare.

Devi avere volontà, devi avere coraggio.

Le foto presenti nell’intervista sono state scattate da Sabina Murru durante lo spettacolo Eros Nero che andrà in scena al Ferai Teatro nei prossimi giorni di Ottobre 13-14-20-21 dalle 19:00 di seguito riporto il link all’evento: https://www.facebook.com/events/256641011751676/

Prenotazioni:
E-mail: [email protected]
WhatsApp: 3755789748

Pagina facebook dell’artistahttps://www.facebook.com/ga.ferai/

Francesco Cogoni.

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