Intervista a Fiore Cao

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Risulta abbastanza scontato, penso da piccola, non ricordo con esattezza.

Credo che per mia nonna o mia madre mettermi carta e matite davanti, fosse stato un modo per tenermi buona.

Era consuetudine anche fuori casa che portassero in borsa pastelli e fogli per trovarmi una distrazione efficace.

Evidentemente mi piacque, così iniziai a disegnare costantemente e con estremo piacere.

Quali persone artisti e episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Più che le persone, ritengo siano stati i luoghi e cose a influenzarmi.

Milano è stata una bella palestra, anche se inizialmente fu uno shock. Avendo tanta voglia di andare in fondo alla questione giravo tantissimo per mostre.

Al mio arrivo ero capitata davanti all’ I.K.B di Klein. Rimasi decisamente folgorata da quel blu, fu un esperienza meravigliosa. Ho ancora i brividi!

Come pensai a lungo ai quadri di Melevic, a un paesaggio di Magritte oppure a Penone e al suo modo di intendere la materia… Vorrei precisare che non ho mai amato la pratica dell’encomio d’artista. Non ho in me quella sorta di venerazione per gli artisti vivi. E questo lo devo al mio maestro di Brera che mi fece conoscere certi scritti. Devo dire che tra tutti gli episodi, uno dei più intensi è certamente quando l’artista G. E. Simonetti mi ha concesso un pranzo per parlare. Un momento difficile da descrivere. In teoria avremmo dovuto parlare di Debord, di “derive situazioniste” e di un suo libro “…ma l’amor mio non muore”. In pratica è stato il discorso più fumoso e allucinato che abbia mai udito. Edonismo di massa, Pussy Riot, Maria Antonietta, Schelling, artisti benedetti dallo spettacolo, anarchia, bombe, e il perro di Goya… e chi più ne ha più ne metta…. La mia impressione è che cercasse costantemente di provocarmi. All’inizio tentavo di schivare i colpi, ma più che una chiacchierata serena aveva l’aria di essere una mescola tra un’incontro di box e una santa inquisizione. Me ne ha dette di tutti colori! Però qualche stoccata ben assestata gliel’ho servita pure io.

Ovviamente il discorso è andato degenerando in uno scontro generazionale in cui bambina e vecchio si scontravano. Quando il pranzo si è concluso, ormai esausto da tre ore no-stop di scintille, ha voluto annotare sul mio taccuino una lunga lista di saggi e poesie che avrei dovuto assolutamente leggere e che ora custodisco gelosamente. Addirittura occupò un intera pagina scrivendo in caratteri cubitali una frase a dir poco pazzesca…

Il suo consiglio finale fu quello di dirmi che un giorno l’avrei dovuto chiamare per incontrarlo solo ed esclusivamente dopo aver letto e ragionato su i testi che mi aveva indicato.

Cosa cerchi attraverso le forme d’arte che utilizzi?

Cerco un’apertura alla visione.

I miei sono spunti percettivi che utilizzo per solleticare l’immaginazione.

Le forme naturali mi hanno sempre affascinata e mi piace quest’idea di “scarto fra forma nota e forma percepita” sostanzialmente evocare possibili altre idee con un oggetto, possibilmente naturale.

Andare oltre la superficie…

Il mio interesse è proprio il rapporto che l’osservatore instaura con l’immagine che ho scelto.

Non è solo questo, è mille altre cose però certamente prima della creazione penso tanto a come potrei riuscire a veicolare questo messaggio. Posso dire in parole povere che il mio lavoro pone al centro l’interazione del pubblico con la loro immaginazione.

Quando utilizzo materiali naturali e oggetti che abitano l’ambiente, con il fine di affascinare e incuriosire lo spettatore, lascio che la “materia” sia il mezzo che mi permette di far scaturire molteplici suggestioni. Suggerire immaginari particolari, più punti di vista, in cui la mente possa entrare in azione aprendo il campo a mille possibilità. A volte certi elementi convenzionali della scultura, che spesso per loro natura sono apprezzabili senza che su di essi l’uomo abbia attuato qualsiasi tipo di manipolazione o intervento, pongono già di per se l’accento sull’osservazione.

Non è una questione di mero atto contemplativo, è un modo per restituire unicità a chi osserva.

Poi tutti sappiamo che con lo sguardo si ha sempre una soluzione diversa.

Mi piace registrare, trasfigurare, dar a certi materiali la possibilità di trasmettere senza estrarli dal loro contesto originario. Non li combino ad altri oggetti, non mi avvalgo di materiali sintetici, moderni o frutto della società industriale.

Opto per soggetti naturali che nascono poetici, mi concentro sulla loro natura evocativa quella che la società contemporanea sta perdendo.

 

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare?

Per quanto mi riguarda, l’inizio del processo creativo è sempre la parte più elettrizzante. Questa è la fase che mi coinvolge maggiormente.

Di fatto è quella che ti pone più interrogativi, infatti ritengo sia il momento più importante, anzi direi fondamentale.

Intendo quando si deve dar forma al concetto…

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Questa domanda è estremamente difficile. Non ho un reale rapporto con il mercato. Credo che per i giovani come me o per i più navigati i social siano molto importanti.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Non ho consigli da dare.

Non saprei!

Penso che per chiunque si dedichi all’arte sia molto importante confrontarsi, fare incetta di esperienze di qualità che arricchiscano.

Pensare, studiare, leggere, farsi contaminare, viaggiare, è un ottimo modo per esplodere “creativamente parlando”.

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Francesco Cogoni.