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Intervista a Fabiano Lioi

Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Inizio dicendoti che non mi considero un artista, il che non vuol dire io non lo sia. È per questo motivo che lascio e voglio che siano gli altri a giudicare cosa faccio. Il perché di questo? Perché mi piace mettermi in gioco al 100% in tutto, perché credo sia meglio che gli altri vedano quel che tu fai per definirti e giudicarti. L’artista è (anche quando non si vuole) un soggetto pubblico dalle grandi responsabilità.

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

Joseph Beuys, Marcel Duchamp, la Baronessa Lucrezia De Domizio Durini (un’ispirazione con la sua frase che ormai ho fatto mia «sono una collezionista di rapporti umani»), Pablo Neruda, Michel Petrucciani. E questi solo per nominare alcuni.

Episodi come la Rivoluzione Francese, le Guerre Mondiali (sono infatti nipote di un emigrato, dall’Italia al Cile). E poi c’è lei, la mia grande compagna di vita: l’Osteogenesi Imperfetta, alla quale ho deciso di dedicare un libro e una mostra. Per la quale ho fatto e faccio tutt’ora pazzie, come questa campagna crowdfunding nel bel mezzo di una pandemia. Ma il mondo è dei sognatori quindi… continuiamo a sognare!

 

Cosa cerchi attraverso la fotografia?

Più che attraverso la fotografia, direi che attraverso tutto quello che mi viene in testa di realizzare inizia come una sfida nei confronti di me stesso: Fabiano VS Fabiano. Mi interrogo poi su cosa voglio dire al mondo, e creo. Ti confesso che non sono bravo a dire ti voglio bene (o ti amo), quindi quello che non riesco a dire con le parole lo dico con (chiamiamola così) l’arte. In questo caso, questo libro è proprio quello. Attraverso immagini e racconti, parlo di un qualcosa che tutti definiscono come malattia, ma che io chiamo semplicemente vita, perché non conosco altro modo che vivere la mia di vita.

C’è una parte nella tua ricerca artistica di cui vorresti parlare in particolare?

Ogni lavoro – mi piace chiamarlo così – ha vita propria, con argomenti diversi tra di loro. Mi piace parlare o toccare ciò che in un determinato momento mi entra nella testa, in modo positivo o negativo. Per me l’arte è un campanello di allarme che ci guida e ci dice ciò che stiamo facendo in modo, giusto o sbagliato che sia.

Qual è il tuo rapporto con il mercato?

Nei miei riguardi zero. Posso dirti che sì, ho delle opere d’arte di artisti quotati. Ma per quanto riguarda il mio di lavoro ancora non è arrivato il momento del mercato, che però arriverà, me lo sento.

 

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Di non dire che è un artista. Hahaha, scherzo!

Beh ai ragazzi e alle ragazze consiglierei di seguire il loro istinto, di fare quello che viene loro nel cuore di fare, e di non lasciarsi influenzare dall’esterno.

Stephen Hawking diceva: «Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire». Diceva anche: «Guardate le Stelle, non i vostri piedi».

Nel libro O.I. L’arte in una frattura, Kim dice: 

Contatti:

Instagram: https://www.instagram.com/arteinunafrattura/

Facebook: https://www.facebook.com/arteinunafrattura/

email[email protected]
mobile: +39 328 000 46 78

Ci tengo molto a ricordare che la campagna di crowdfunding chiude il 21/12/2020, quindi invito tutti a preordinare il libro e a sostenere la campagna.

Qui il link per sostenere il progetto su Produzioni dal Basso:http://sostieni.link/26336

Francesco Cogoni.

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