INTERVISTA A 108

 

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

E’ difficile rispondere con una data.

Ho sempre amato disegnare, non sono figlio di artisti, ma mia mamma dipingeva prima della mia nascita e aveva vari libri d’arte e di fumetti anni 60/70.

Inoltre durante la mia infanzia stavo spesso a casa dei miei nonni: mio nonno era stato operaio metalmeccanico tutta la vita, ma aveva sempre avuto molti interessi e una manualità incredibile.

In pensione costruiva plastici, modellini partendo dal legno e cose del genere.

Per me il massimo era stare con lui che mi insegnava sia a disegnare che poi più grande a lavorare con i suoi attrezzi di lavoro.

Una cosa importante credo sia stato il fatto che sia alle elementari che alle medie, maestre e professori disprezzavano il disegno e io mi impuntavo ancora di più.

Disegnavo continuamente.

Questo mi creò qualche problema a livello di voti ma fece diventare il disegno una specie di missione.

Questa cosa è proseguita visto che poi ho fatto l’istituto per geometri e disegno industriale al politecnico.

Ad un certo punto incontrai i graffiti, e in una città come Alessandria in cui l’interesse per l’arte era sempre meno fu una salvezza.

Ricordo benissimo come è iniziato: io e un compagno di scuola iniziammo a fare piccole tag sui banchi dopo averle viste su una rivista di skate alle medie.

Alle superiori mi ritrovai con lo stesso compagno di banco (e di disastri), anche lui appassionato di skate e fumetti.

Eravamo dei ragazzini ed era complicato uscire la sera, quindi ci iscrivemmo a questo corso di basket post-scuola e comprammo due spray.

Tornando a casa approfittammo dell’oscurità autunnale e di un vicolo dietro la scuola per fare le nostre firme.

Quello è stato il mio primo muro, 25 anni fa!

Negli anni 90 facevo lettere e graffiti, seguendo gli stili classici e cercando di migliorare, fino a quando decisi trovare qualcosa di più personale.

Mi ero trasferito a studiare a Milano, ero venuto in contatto con le avanguardie storiche preparando alcuni esami e decisi di cambiare: è stato allora che ho scelto di cambiare il mio nome con un numero.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Allora è impossibile nominarli tutti, servirebbero pagine intere: posso nominarne uno per quanto riguarda i graffiti: STAK, lui è quello che per me ha portato i graffiti verso qualcosa di nuovo.

Ha tolto le lettere e ha creato un logo.

Poi ci sono amici a me più vicini, in quel periodo più coraggiosi di me, che facevano lettere e cose veramente insensate in giro per l’epoca: il Dottor Pira, fumettista che all’epoca si chiamava Suede, con cui facevamo e facciamo tutt’ora discorsi tra l’assurdo e l’avanguardia e Peio, per me il “writer” più originale che ci sua mai stato in Italia.

A livello puramente artistico nomino: Kandinsky, Malevich e Jean Arp.

Non credo ci sia bisogno di spiegare perché, ma sia le loro opere che i loro scritti mi hanno cambiato la vita e ancora oggi, nel 2016 continuano ad essere per me dei punti fermi.

Cosa cerchi in arte?

Nell’arte cerco un motivo per cui valga la pena vivere.

Non è una cosa razionale, l’arte non può esserlo è una questione spirituale.

Le arti visive, la musica, la letteratura, e tutto il resto sono quello di cui abbiamo bisogno da sempre per trascendere la realtà, specialmente oggi nelle società più industrializzate e razionali.

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C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Non posso dividere il mio lavoro dalla mia vita: tutte le esperienze, gli interessi finiscono in quello che faccio come 108.

Di solito comunque penso che siano due le parti principali che compongono la mia ricerca.

Una è quella per cui il mio lavoro si è sviluppato in un contesto pubblico.

Questo ha a che fare con la libertà completa di espressione, con la semplificazione, di limitarmi a fare solo l’essenziale togliere fronzoli e abbellimenti vari.

Ma anche cercare il posto perfetto: la texture del muro, l’albero dietro, l’atmosfera giusta per lavorare.

Con gli anni cerco sempre più spesso luoghi dimenticati per i miei lavori non commissionati, con una loro potenza particolare.

A volte il posto è perfetto così e allora non posso toccarlo.

Ma anche se non ci dipingo questa esperienza è parte del mio lavoro.

Mi piace conoscere la storia di un posto, dai culti preistorici al tipo di produzione della fabbrica abbandonata.

L’altra parte è la ricerca della forma.

Questa parte non ha a che fare con la superficie su cui lavoro e nemmeno con la tecnica.

Muro, tela, carta, scultura, video… una ricerca irrazionale, che si ricollega al primo astrattismo ma è anche una cosa puramente personale.

Sempre a metà tra razionale e irrazionale.

Forma geometrica o organica e così via.

Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Non ho mai lavorato ricercando un qualche tipo di approvazione pubblica.

Credo che il mio lavoro abbia a che fare solo con me.

Anche quando lavoro in ambito pubblico, come ho già detto diverse volte, amo che il mio lavoro sia alla portata di tutti, ma non è un lavoro per tutti.

Quindi diciamo che non ho scelto la via più semplice.

Detto questo però credo siano sbagliati i discorsi che demonizzano completamente il mercato.

Le mode sono una cosa odiosa e superficiale, ma esistono ovunque.

Io non ho mai ambito a diventare una star.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Ahahah, non so se è una domanda adatta a me, magari tra 20 anni! Comunque non è un lavoro come un altro.

Per me n questo momento è come la realizzazione di un sogno, per gran parte della mia vita vivere d’arte non era nemmeno una possibilità da prendere in considerazione.

Bisogna fare tantissimi sacrifici e non si tratta di essere solo artisti: bisogna essere tantissime cose: artigiani, promoters, viaggiatori, informatici, riscossione di crediti, parlare varie lingue anche se male e molto altro.

La cosa più difficile per me è organizzarsi e gestire tutto questo senza impazzire.

Però vivere facendo quello che ti piace fare e avere totale libertà di decidere senza padroni è una cosa per cui, per quanto mi riguarda, vale la pena fare qualsiasi sacrificio!

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Francesco Cogoni.

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