Fisiognomica ed emozioni con Enzo Fabbrucci

“La scrittura delle rughe, su quella tavola di misteriosi geroglifici che è il volto, era un codice ancora tutto da decifrare e nelle persone cosiddette folli o abnormi questo era lampante.” (Enzo Fabbrucci)

Da anni l’artista Enzo Fabbrucci studia e interpreta con il pennello la fisiognomica umana. Infatti, le sue parole lo confermano “C’è stato un tempo, il migliore della mia vita in cui me ne andavo a caccia di volti un po’ ovunque.” I volti sono l’espressione di una favola promessa, che questo pittore con la sua attività sciolta ed emancipata porta alla luce, come un saggio magistrale, come un costruttore dei piani estetici emotivi. Con grande stile, la sua pittura ricrea una dimensione ulteriore delle cose, svela la magia del quotidiano. Nei suoi dipinti è presente l’eredità della metafisica interpretativa dei gesti, come se ci fosse solo “un sempre qui e altrove” del tempo. Le immagini riprodotte sono, spesso, sospese in una dimensione rarefatta, senza tempo, con sfondi indefiniti, sembrano inserite in un universo magico.

 

L’arte figurativa di quest’artista non è per nulla essenziale, ma è ricca e materica, con un realismo interpretabile solo nel mondo dei sogni. Le sue pennellate sono come una lirica dal ritmo forte e protratto, che si profilano in ipotetiche barriere di sovrapposizioni fra i vari colori, sapientemente amalgamati. La sua arte è un’eredità raffigurativa che parla della continuità dei soggetti. Nelle sue tele le setole del pennello cercano i respiri delle rughe, il calarsi del vento fra i loro spazi. Questo modo di dipingere evoca il pathos che, esangue, avvolge le volumetrie, le asimmetrie dell’espressione. L’arte figurativa diviene più che mai fiero distacco dal comune, è la rivoluzione pittorica di un momento.

Enzo Fabbrucci sembra attingere da diverse correnti artistiche e da nessuna, direi che è un artista di difficile catalogazione, con contaminazioni di tanti mondi. Non c’è dubbio che il pittore ha trovato il suo proprio stile, per esempio con l’Espressionismo Mediterraneo, ha in comune la ricerca del lato poetico della vita. I suoi tratti ritraggono espressioni, a volte severe, con una rilettura di una realtà diversa all’interno della realtà stessa. Certe volte, il pittore aderisce all’arte figurativa, altre volte si può cogliere nella stessa tela una parte figurativa e un’altra parte di espressionismo astratto che, insieme, creano un mix esplosivo. Spesso, la sua arte figurativa è avvolta da una spiccata tendenza al “Surrealismo” e tale guscio definisce il pittore come un pittore “dell’Umanesimo Moderno” che coglie nell’espressione dell’uomo il potere del sogno; il potere dei desideri inconsci, che trasformano la fisiognomica, imprimendo, non solo dei segni sulla psicologia individuale, ma trasformando il corpo dei soggetti. In alcune raffigurazioni si può notare il congiungimento della parte più elevata della pittura con i suoi lati prosaici, dove il nudo è talvolta ridicolizzato. Alcuni dei suoi dipinti possono creare smarrimento, perché è tangibile la ricerca di una nuova armonia delle immagini, con una mimesi della realtà e un’effusione, che nega spesso le ombre e fa pensare anche al Fauvismo (movimento nato in Francia all’inizio del ‘900). Questo tipo di espressionismo dà una nuova qualità all’espressione, che fa sì che l’espressione divenga la rivelazione di uno stato intimo del momento.

Chiedendo a Enzo Fabbrucci quale o quali sono i suoi pittori preferiti, emerge un nome: quello del pittore norvegese Edvard Munch (1863- 1944) che con lui ha un elemento di sovrapposizione, anche se i due pittori sono stilisticamente distanti. Enzo Fabbrucci, come Munch, vede le cose diverse dagli altri e lo manifesta nel suo modo di dipingere: I due pittori riescono a mostrare i propri sentimenti, le loro visioni, e a questo subordinano tutto il resto. Per tradurre l’arte di Enzo, bisogna avvicinare il suo sentito, lui si racconta così: “Non saprei ciò che inizialmente m’ispira, non so dove collocare l’inizio di ogni cosa, io mi concentro sul volto, cercando di scoprire la lingua misteriosa dei sentimenti e per caso incontro questo stile.” Da parte mia confesso che trovo qualche richiamo all’arte pittorica di Maurice de Vlaminck André Derain, ma Enzo aggiunge “Un mio amico dice che i miei ritratti fanno pensare al Fayyum, (conosci?). Sinceramente, lontanamente trovo una leggera somiglianza, perché a differenza dei dipinti di Fayyum, quelli di Enzo sono dipinti vivi, con una mimica in movimento che va al di là del movimento fisico. Nei suoi dipinti, la mimica ritrova piena spiegazione di sé nella mancanza di simmetria assunta dal volto, durante le diverse emozioni. Quando faccio altre domande all’artista Enzo Fabbrucci, ecco che con lucidità emergono, in modo spontaneo le risposte. “Dipingere, come scrivere, non so cosa mi procura, forse fatica. Ma ti ho detto che siccome oltre ai ritratti sto dipingendo un ciclo di leggende, è la sola cosa che faccio da mattina a sera.” Quando cerco di capirne di più sul suo modo di lavorare, ecco che arriva, in modo immediato, un’altra risposta. “Lavoro o su cose reali, che studio attentamente come volti o paesaggi, o sul sogno, che è una fonte primaria. Ricordo moltissimo dei sogni.” Nelle tele di questo pittore si coglie “lo stabile, il transitorio, il diverso”. Lo stabile e il transitorio di certe emozioni non sono facili da definire, ecco perché questo modo di dipingere è di per sé un viaggio, che richiede uno studio accurato e serio. Direi che l’emozione ritratta è perfino vissuta, per potere così comprendere quello che non si vede a prima vista. I filosofi dell’Illuminismo erano affascinati dalle emozioni. David Hume, Adam Smith e Thomas Reid trattarono tutti a lungo dei sentimenti e delle passioni. Questi pensatori consideravano le emozioni fondamentali per l’esistenza dell’individuo e della società. Infatti, Smith fu il fondatore della “Scienza del sentimento” (la psicologia dell’emozione”).

Nel suo primo libro, “Teoria dei sentimenti morali” (1759), egli ipotizzò che le emozioni fossero il filo che teneva insieme il tessuto della società. Io credo, che l’emozione e il pensiero non siano nemici inconciliabili; credo che ci sia tanto di razionale nell’emotività ed è questo che colgo nell’espressività di Enzo. Egli sa come mescolare emozione e ragione e penetra con la sua pittura poetica i segreti dei sentimenti istantanei, così da trasmettere il senso di un’armoniosa mescolanza che deriva dalla fusione tra emozioni e ragione. Molti studiosi hanno fatto diversi elenchi delle emozioni fondamentali dell’uomo, dato che si sono trovati d’accordo con la tesi che le emozioni fondamentali sono universali e innate, al di là della cultura di appartenenza. Gli studiosi sono in disaccordo sul loro numero, ma per la maggior parte includono nel loro elenco le seguenti: gioia, sofferenza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto. Alcuni studiosi danno a queste emozioni nomi diversi, ma tutti loro convengono con il fatto che sono “emozioni fondamentali”. Per quanto riguarda lo studio dell’espressività delle emozioni e degli stati d’animo, le cose cambiano però, esiste un fattore culturale rilevante e solo se si riesce a trovare un codice comune e condivisibile delle loro manifestazioni, si esce dall’isolamento. Le persone viventi in culture diverse non provano emozioni differenti, può cambiare il modo di manifestarle. Ecco perché studiare la mimica, i gesti, richiede un metodo certosino di osservazione e una conoscenza della tecnologia con la quale si veicola la lingua non parlata di gesti e segni. La storia pittorica di Enzo Fabbrucci è un viaggio, che adatta le immagini di volta in volta alla storia dei soggetti rappresentati.

Vita

Uomo ti vedo nei versi miei, nei dipinti suoi…

dalla stirpe di radici nasci qual prodigio che impara dall’erba,

dal flauto che prende a suonare; dai verdi accordi del grillo;

dai sentimenti che strilli e strillo quando la rugiada è una lacrima,

dimorante nella parola urlata che come rima cantata, lascia al vento mimica e vocali,

quando gli occhi davanti alla luce credono di essere immortali,

perché si aprono a quel miracolo,

chiamato vita.

Yuleisy Cruz Lezcano

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