Diari notturni 041

Sono nato in Sardegna e mi sono sempre sentito un isola dentro un isola, dentro un’isola, perché da piccolo, quando mi mostravano i pianeti del sistema solare, ho sempre pensato che i pianeti compresa la terra fossero come isole nel cielo, ed il cielo nel mio immaginario è sempre stato associato all’oceano, perciò pensare allo spazio era come essere un pirata all’avventura, o un migrante, un nomade, o un naufrago, in un non luogo dove essere distante dal peso delle cose del mondo.
Le cose del mondo spesso sono irrazionali, folli, sono lontane dal gioco, sono credenze radicate tanto profondamente da uccidere per difenderle, l’eresia è come una barca tra due ortodossie, e noi, in questo viaggio errante, come equilibristi tra ragione e sentimento, ci troviamo a remare col pensiero in quell’oceano di cielo e di segni infiniti che sono la vita stessa, fatta di forme, segni, sogni, colori, suoni, linguaggi, ritmi, dinamiche, a volte regolari altre caotiche, in un continuo gesto in perenne ed infinito movimento.
Le isole erotiche reciprocamente si cercano, si desiderano, dichiarano ancora, ne voglio ancora, in una fame perenne dell’altrui natura che si rigenera senza essere mai pienamente sazia, alla quale solo la presenza può dare pace.
Ho letto che il Buddha diceva che la profondità dell’amore crea un oceano intorno a te e tu diventi un’isola, quando penso alla profondità dell’amore mi accorgo che l’oceano di cui parla è proprio quel cielo immenso, e per un momento che è tutt’ora vivo in me, ho desiderato di essere io stesso quell’immenso amore attorno alla mia isola, che sono io ma è anche tutti gli altri, il mondo intero, in tutte le sue più complesse e dinamiche manifestazioni.
Kant diceva che la ragione è un isola piccolissima nell’oceano dell’irrazionale, e Sockman fa notare che più grande è l’isola della conoscenza più ampio è il litorale della meraviglia, io non sono in grado di delineare da me le mie sponde, ma di quando in quando vedo altre isole eretiche, erotiche, erranti, che seguono dinamiche e ritmi sempre differenti, sempre nuovi, ed ogni volta provo stupore e inquietudine per ogni altrui litorale all’orizzonte.

Francesco Cogoni

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